“Salvata nel mio ultimo giorno”, storia di Eirini trapiantata in super urgenza alle Molinette di Torino

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Eirini era arrivata a Torino incosciente, intubata e con le ore di vita ormai contate. La ventottenne di origine greca, studentessa nei Paesi Bassi, era stata colpita in Grecia da un’insufficienza epatica fulminante, rapidamente degenerata in un quadro di insufficienza multiorgano. Ricoverata all’Hippokration General Hospital di Atene, la sua situazione era apparsa subito disperata: affetta dal morbo di Wilson, una rara malattia genetica che provoca l’accumulo di rame a livello epatico, la giovane aveva bisogno di un nuovo fegato per sopravvivere.

Da Atene è partita una richiesta di aiuto urgente che ha messo in moto una macchina organizzativa complessa, capace di superare i confini nazionali e di arrivare fino al capoluogo piemontese.

Il morbo di Wilson e la corsa contro il tempo

Il morbo di Wilson è una patologia rara, a trasmissione autosomica recessiva, determinata da mutazioni del gene ATP7B, che compromettono il normale metabolismo del rame nell’organismo. L’accumulo progressivo di questo metallo pesante danneggia soprattutto il fegato e il sistema nervoso centrale, e può manifestarsi con quadri clinici molto diversi, che vanno da forme asintomatiche a epatiti croniche, cirrosi o, nei casi più gravi, insufficienza epatica fulminante.

Quando la terapia medica a base di chelanti o sali di zinco non è sufficiente a controllare la malattia, oppure quando il danno epatico è ormai irreversibile, il trapianto di fegato rappresenta l’unica opzione terapeutica in grado di salvare la vita del paziente. Nel caso di Eirini, l’evoluzione è stata particolarmente rapida e aggressiva: l’insufficienza epatica ha coinvolto progressivamente anche altri organi, rendendo necessario un intervento immediato.

Il trasferimento da Atene a Torino e l’intervento record

Ricevuta la segnalazione dai medici greci, il Centro nazionale trapianti di Roma ha attivato il protocollo di collaborazione tra Italia e Grecia per i trapianti d’organo, mentre il Centro trapianto fegato di Torino, diretto da Renato Romagnoli, ha dato immediata disponibilità ad accogliere la paziente. Il trasferimento è stato organizzato in tempi strettissimi dal Centro regionale trapianti del Piemonte: un aereo medicalizzato ha portato Eirini all’aeroporto di Caselle, da dove è stata trasferita alle Molinette.

Dopo una rapida valutazione, la giovane è stata inserita nella lista d’attesa nazionale per un trapianto di fegato in superurgenza, un percorso riservato ai casi di insufficienza epatica acuta con priorità assoluta sull’intero territorio nazionale. In attesa di un organo compatibile, i sanitari della rianimazione centrale l’hanno mantenuta in vita con terapie di supporto, mentre la Banca del sangue ha attivato una plasmaferesi urgente per rimuovere le ingenti quantità di rame liberate nel circolo sanguigno dalla necrosi del fegato.

Un fegato compatibile, proveniente da un donatore deceduto in una regione vicina, si è reso disponibile nel giro di poche ore: a dodici ore dal suo arrivo a Torino, Eirini è entrata in sala operatoria. L’intervento, il numero 4.470 della serie torinese, è durato circa dieci ore.

Tre mesi di degenza e il ritorno alla vita

Le condizioni iniziali della paziente hanno reso il decorso postoperatorio particolarmente complesso, tanto da richiedere tre mesi di ricovero per affrontare e trattare le complicanze medico-chirurgiche insorte dopo il trapianto. Il recupero è stato possibile grazie a un’assistenza multidisciplinare che ha coinvolto chirurghi dei trapianti, anestesisti, rianimatori, epatologi, nefrologi, infettivologi e radiologi. Ora Eirini è stata dimessa ed è in pieno recupero psicofisico, con la prospettiva di fare rientro in patria in tempi brevi.

«Mi avete salvata nel mio ultimo giorno di vita», ha detto la ragazza ringraziando il team medico che l’ha avuta in cura. Il direttore generale della Città della salute di Torino, Livio Tranchida, ha parlato di «un vero miracolo della vita» e di «un grande dono», sottolineando il valore della donazione di organi e il ruolo dell’assistenza multidisciplinare.

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