Saluti romani ad Acca Larentia, prosciolti tutti i militanti di Casapound

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giudice per l’udienza preliminare di Roma ha prosciolto i ventinove militanti, quasi tutti riconducibili a Casapound, che erano finiti sotto inchiesta per i saluti romani eseguiti il 7 gennaio del 2024 durante la commemorazione che si svolge ogni anno in via Acca Larentia, dinanzi a quella che fu la sezione del Movimento Sociale Italiano. La vicenda processuale, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e dalla pm Lucia Lotti, ruotava attorno all’interpretazione e all’applicazione delle cosiddette leggi Scelba e Mancino, norme che reprimono l’apologia del fascismo e l’istigazione all’odio razziale, e si è conclusa con una declaratoria di non luogo a procedere motivata dall’assenza di una “ragionevole previsione di condanna”.

Il nodo giuridico superato dalle Sezioni Unite

Alla base della richiesta di rinvio a giudizio, avanzata dalla procura dopo mesi di indagini svolte anche attraverso l’analisi di video e fotografie, vi era la qualificazione del gesto compiuto dai partecipanti alla cerimonia - un’esibizione collettiva del cosiddetto “saluto romano” accompagnato dalla chiamata del “presente” - come una condotta potenzialmente idonea a integrare gli estremi del reato previsto dalla legge del 1952, che vanta la riorganizzazione del disciolto partito fascista. La difesa degli imputati, rappresentata tra gli altri dall’avvocato Domenico Di Tullio, ha sempre sostenuto la natura meramente commemorativa e rituale dell’evento, un appuntamento che si ripete con le medesime modalità da oltre quarantacinque anni e che, in quanto tale, non potrebbe configurare un pericolo concreto per l’ordine democratico, come richiesto dalla giurisprudenza più recente.

Il principio del pericolo concreto e il peso della tradizione

La decisione del giudice si inserisce nel solco tracciato dalle Sezioni Unite della Cassazione che, con una sentenza depositata nell’aprile del 2024, hanno ridefinito i confini della rilevanza penale del saluto romano, subordinando la punibilità alla verifica di un effettivo e attuale pericolo di riorganizzazione del partito fascista, e non limitandosi alla mera ricorrenza di un gesto dalla forte valenza simbolica. In assenza di elementi che dimostrassero una volontà eversiva o discriminatoria capace di tradursi in una minaccia concreta per le istituzioni - un passaggio argomentativo che ha evidentemente retto il vaglio del gup - il procedimento non poteva che arrestarsi nella fase preliminare. Alcuni difensori, come riportato al termine dell’udienza, hanno sottolineato come il giudice abbia fatto applicazione proprio di quel principio, riconoscendo la mancanza di quel requisito di concretezza necessario per sostenere l’accusa in dibattimento.

La ricorrenza e la memoria degli anni di piombo

La commemorazione del 7 gennaio, va ricordato, è dedicata a tre giovani militanti missini, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, uccisi in un agguato dinanzi alla sezione di via Acca Larentia nel 1978, e a Stefano Recchioni, che perse la vita poco dopo negli scontri che seguirono l’attentato. Si tratta di un episodio tragico degli anni di piombo che ogni anno richiama decine di militanti della destra radicale, i quali, nel corso della cerimonia, sono soliti compiere il rito della chiamata. È su quella dinamica, sulla reiterazione del gesto e sulle sue implicazioni giuridiche, che la procura aveva concentrato le proprie contestazioni, ritenendo che la legge Scelba fosse stata violata e che si dovesse procedere. Il proscioglimento di oggi chiude definitivamente, sul piano processuale, quel capitolo, ma lascia intatto il dibattito pubblico sul significato di quei gesti e sul loro rapporto con la memoria storica.

Una decisione che chiude il procedimento

Con il provvedimento depositato dal giudice, l’intera posizione dei ventinove indagati - tra i quali figuravano anche esponenti noti dell’area politica di riferimento - viene meno, senza che si sia mai giunti all’apertura di un dibattimento. Il pubblico ministero, che aveva ipotizzato la violazione congiunta delle due leggi, aveva evidentemente ritenuto sussistente il fumus del reato, ma la valutazione del giudice dell’udienza preliminare, operata alla luce del nuovo orientamento della Cassazione, ha portato a una soluzione opposta. La motivazione integrale della sentenza di non luogo a procedere sarà depositata nei prossimi trenta giorni, e solo allora si potranno conoscere nel dettaglio le argomentazioni che hanno condotto a questo epilogo, ma il dispositivo appare già chiaro nel suo richiamo alla mancanza dei presupposti per un’affermazione di responsabilità.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.