L'autopsia su Pamela Genini: "Oltre trenta coltellate, tre i fendenti letali"
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L'esame autoptico sul corpo di Pamela Genini ha rivelato una violenza che supera ogni più cupa previsione, restituendo la fotografia di una furia omicida difficilmente concepibile. "Più di trenta coltellate", si legge nel referto, un numero che corregge al rialzo le prime stime, le quali, seppur agghiaccianti, si fermavano a ventiquattro colpi inferti con una lama di nove centimetri. Tre di questi fendenti, concentrati nella regione toracica, sono stati identificati come letali, capaci di spegnere in pochi attimi la vita della ventinovenne nel suo appartamento di via Iglesias, a Milano, per mano di colui che era stato il suo compagno, Gianluca Soncin.
La convalida del fermo e il muro di silenzio
Queste drammatiche risultanze, che delineano un accanimento feroce, sono state acquisite anche nel procedimento di convalida del fermo, l'atto formale che ha sancito la privazione della libertà per l'uomo. Di fronte alle autorità, Soncin ha opposto un muro di silenzio, scegliendo di non rispondere durante l'interrogatorio dinanzi al giudice. In precedenza, al momento della cattura, le sue dichiarazioni erano state scarne, limitandosi a identificare la propria occupazione presso la conceria del padre ad Arzignano, un dettaglio professionale che strideva, nella sua normalità, con l'efferatezza del gesto compiuto.
Un altro caso di violenza e alterazione da sostanze
In un altro, e distinto, fatto di cronaca nera che scuote la coscienza collettiva, emerge con forza il tema dell'alterazione psico-fisica come concausa di tragedie domestiche. La morte di Rachele Covino, uccisa in casa, è al centro di un'indagine che ha portato il consulente tecnico della Procura a conclusioni significative. Fabio Carinci, l'uomo accusato del femminicidio, versava, secondo il direttore sanitario delle carceri Luigi Esposto, in uno stato di incapacità di intendere e di volere al momento del delitto.
La perizia sull'incapacità di intendere e volere
La consulenza, redatta su incarico della magistratura, attribuisce questa condizione a una "psicosi da abuso di stupefacenti", scatenata dall'assunzione di dosi massicce di droghe, al punto da essere definite "al limite dell'overdose". Tale quadro tossicologico avrebbe generato, si legge nella perizia, deliri, allucinazioni e un comportamento socialmente pericoloso, elementi che il sanitario ha direttamente correlato alla dinamica dell'omicidio, fornendo alla giustizia un tassello cruciale per la ricostruzione dei fatti.




