L‘Islanda accelera verso l’Europa: un referendum per riaprire i negoziati di adesione
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Redazione Esteri
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È una piccola rivoluzione quella che potrebbe maturare nei prossimi mesi nel Nord Atlantico, dove l’Islanda, nazione di poco più di trecentottantamila abitanti da sempre gelosa della propria sovranità, si appresta a compiere un passo che fino a ieri sembrava impensabile. La prima ministra Kristrun Frostadottir, al termine di un incontro a Varsavia con il premier polacco Donald Tusk, ha ufficializzato l’intenzione del suo governo di indire una consultazione popolare, e l’obiettivo, stando a quanto dichiarato, è quello di organizzarla già nei prossimi mesi -1. Non si voterà, è bene chiarirlo, per un ingresso immediato nell’Unione, ma per decidere se concedere o meno all’esecutivo un mandato chiaro a ritirare fuori dal cassetto la pratica, ormai congelata, della domanda di adesione.
Il percorso che condurrà gli islandesi alle urne, e che secondo alcune fonti citate da Politico potrebbe concretizzarsi già nell’estate del 2026, rappresenta una svolta tanto repentina quanto significativa -2. Il governo uscito dalle urne, va ricordato, si era impegnato a organizzare una consultazione sulla ripresa del dialogo con Bruxelles entro il 2027, ma il precipitare degli eventi internazionali ha consigliato di pigiare sull‘acceleratore. L’Islanda, che pure non è nuova a questi negoziati, aveva avviato il percorso di avvicinamento all'Ue nel 2009, salvo poi congelarlo nel 2013 e ritirare formalmente la candidatura due anni più tardi. Una decisione, quella presa all'epoca, motivata principalmente dai timori legati alla gestione delle proprie risorse ittiche, settore nevralgico per l'economia nazionale.
Oggi il vento, però, è cambiato, e a soffiare forte non sono più soltanto le ragioni di politica interna o i nodi legati alle quote di pesca. Se il dibattito riprende quota, lo si deve a un contesto geopolitico che si è fatto, nelle ultime settimane, incandescente. La decisione dell'amministrazione statunitense, guidata da Donald Trump, di imporre dazi doganali sulle merci islandesi ha scosso non poco i rapporti con un alleato storico, mentre le ripetute dichiarazioni del presidente americano circa un interesse, per usare un eufemismo, piuttosto marcato per la Groenlandia hanno fatto il resto -2. Per Reykjavík, che della sicurezza nell'alto Nord ha fatto da sempre una ragione di vita e che nella Nato ha riposto la propria fiducia, certi segnali provenienti da Washington sono apparsi come un campanello d'allarme impossibile da ignorare.
La posizione dell'Islanda, va detto, è profondamente diversa da quella di altri candidati all'ingresso. L'isola fa già parte dello Spazio economico europeo e dell'area Schengen, il che significa che buona parte dell'acquis comunitario è già stato recepito e applicato. Questo dettaglio, tutt'altro che secondario, fa sì che una volta riaperto il dialogo il negoziato potrebbe procedere speditamente, almeno sulla carta, più rapidamente di quanto non stia avvenendo per i Balcani occidentali o per l'Ucraina. E infatti Bruxelles, con la commissaria Marta Kos che ha parlato di un dibattito sull'allargamento che non è più solo economico ma strategico, guarda a questa prospettiva con un interesse che travalica gli aspetti puramente burocratici -2.
Le ragioni di una scelta, tra autonomie e timori
Ma sarebbe riduttivo ricondurre tutto a una mera reazione alle pressioni esterne. Il dibattito che attraversa la società islandese è complesso e stratificato, e affonda le radici in questioni antiche e mai sopite. La pesca, si diceva, rimane il tema più spinoso: aderire all'Unione significherebbe accettare la Politica comune della pesca e le relative quote, un passaggio che per un paese la cui economia dipende in larga misura da questo settore appare come un salto nel buio. Il ricordo delle precedenti trattative, naufragate anche su questi scogli, è ancora vivo nella memoria dei protagonisti, e nessuno a Reykjavík intende sottovalutare l'ostacolo.
C'è poi la questione della corona islandese, moneta nazionale la cui volatilità sui mercati è stata per anni fonte di preoccupazione e di instabilità. L'adozione dell'euro, in caso di ingresso nell'Unione, rappresenterebbe per molti un porto sicuro, una garanzia contro l'inflazione e le svalutazioni; per altri, invece, significherebbe la perdita di uno strumento di politica monetaria fondamentale e il sacrificio di un pezzo della propria sovranità. Un dilemma, questo, che si intreccia con il ruolo della Nato, alleanza di cui l'Islanda è membro fondatore ma che oggi, con un presidente americano che parla di annessioni e di dazi, non appare più come quel baluardo granitico di un tempo.
La spinta del contesto europeo e l'ipotesi di agosto
Il quadro generale, va osservato, gioca oggettivamente a favore di chi spinge per un'avvicinamento a Bruxelles. L'allargamento dell'Unione è tornato prepotentemente al centro dell'agenda politica, con il Montenegro che ha recentemente chiuso un altro capitolo del negoziato e con l'Ucraina per la quale si sta studiando un'integrazione progressiva e parziale. In questo clima, l'ipotesi che l'Islanda possa tornare a bussare alla porta dell'Europa non è più vista come un'eccezione, ma come un tassello di un mosaico più ampio e in rapido movimento -6.
Le fonti parlamentari islandesi, citate da Politico e riprese da diverse agenzie, lasciano intendere che l'annuncio ufficiale della data potrebbe arrivare nel giro di poche settimane. Si parla con insistenza del mese di agosto, un periodo dell'anno in cui solitamente la vita politica rallenta, ma che potrebbe invece rivelarsi il momento giusto per chiamare gli elettori alle urne -2-9. Un'accelerazione, questa, che è stata letta come un tentativo di approfittare dello slancio attuale, prima che nuove crisi internazionali o nuove tensioni commerciali possano rimescolare le carte. La stessa prima ministra Frostadottir, d'altronde, nel suo intervento a Varsavia non ha nascosto l'urgenza, parlando di un lavoro che inizierà immediatamente per preparare la consultazione -5.
Il sostegno arrivato da Donald Tusk, leader di un paese che nell'Unione ha trovato la sua ragion d'essere e che proprio all'integrazione europea ha legato le sue fortune, è stato caloroso e inequivocabile. Tusk ha parlato della necessità che l'Unione si mostri flessibile e rispettosa delle peculiarità di ogni Stato, un messaggio chiaro rivolto a chi, a Reykjavík, teme che un eventuale negoziato possa risolversi in un'imposizione dall'alto -4. Le porte, insomma, sono spalancate, ma la decisione finale, come ha tenuto a sottolineare la stessa prima ministra islandese, spetterà unicamente ai cittadini. Il cammino verso l'Europa è lastricato di buone intenzioni e di passi falsi, e l'Islanda, forte della sua storia e della sua identità, non sembra intenzionata a lasciare che altri decidano per lei.
Keywords: Islanda, referendum, Unione Europea, adesione, negoziati, Kristrun Frostadottir, Donald Tusk, dazi, Groenlandia
Description: L'Islanda si prepara a un referendum nei prossimi mesi per decidere se riaprire i negoziati di adesione all'Ue. Una svolta accelerata da tensioni geopolitiche e dalla pressione dei dazi americani.




