Axios: «Decisioni iraniane troppo lente, possibile una proroga»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il negoziato sul nucleare, o meglio quel che ne resta dopo l’ultimo scambio di carte tra Washington e Teheran, sembra arenarsi su un dettaglio non secondario: i tempi del processo decisionale iraniano, giudicati da più parti eccessivamente lenti. Secondo quanto riportato da Axios, i mediatori – che pure hanno assicurato alla Casa Bianca di stare lavorando con gli iraniani su emendamenti e riformulazioni – avrebbero già avvertito che potrebbe rendersi necessaria una proroga del termine. Non una novità assoluta, in una trattativa che ha visto slittamenti continui, ma stavolta l’avvertimento arriva mentre l’amministrazione Trump tiene in pugno l’ultimatum delle 20 (ora di New York) del 7 aprile 2026.

La risposta in dieci punti e la lettura americana

La controproposta iraniana, presentata in dieci punti, è stata bollata dalla Casa Bianca come «massimalista». Eppure, a una lettura più attenta degli umori che circolano nei corridoi del potere americano, quella stessa risposta non viene interpretata come un rifiuto secco, bensì come una classica mossa negoziale. In altre parole, Teheran alza il prezzo iniziale sapendo che dovrà scendere a compromessi, ma lo fa con una lentezza esasperante che rischia di far saltare il banco. I mediatori, nel riferire ai vertici statunitensi, hanno messo in guardia proprio su questo punto: il sistema decisionale iraniano è farraginoso, frammentato tra guide religiose, dei guardiani e apparato diplomatico, e potrebbe non riuscire a rispettare la scadenza. Da qui l’ipotesi di una nuova proroga, l’ennesima.

L’ultimatum di Trump e la minaccia dell’«inferno»

Donald Trump, che da più di un anno siede nuovamente alla Casa Bianca, non ha lasciato spazio a interpretazioni ambigue. L’ora X è fissata per le 20 di New York, ha ribadito, e se l’Iran non siglerà l’accordo – quello che ancora nessuno ha visto nella sua versione definitiva – scatterà l’«inferno». Parole pesanti, accompagnate da un elenco di obiettivi: «Ogni ponte sarà distrutto, ogni centrale elettrica fuori uso». Un avvertimento che, secondo fonti citate dai media, non è retorico: lo stesso Trump avrebbe sostenuto che l’Iran può essere «eliminato in quattro ore». Una minaccia che getta un’ombra ulteriore su un negoziato già di per sé fragile, nel quale l’Iran ha nel frattempo respinto sia la tregua di quarantacinque giorni mediata dal Pakistan, sia il piano in quindici punti proposto dagli Stati Uniti.

Il regime spalle al muro e le notizie da Teheran

Mentre le diplomazie arrancano, da Teheran arrivano segnali contraddittori ma inquietanti. Secondo le notizie del 7 aprile, Mojtaba Khamenei – figlio della guida suprema – sarebbe in stato di inconscienza. Un dettaglio non secondario, perché getta un’ombra sulla successione e sulla capacità del regime di prendere decisioni rapide in un momento di massima tensione. Non ci sono molti segnali, ammettono gli osservatori, che ci sia un reale interesse a trovare un accordo tra le parti. Anzi, le distanze sembrano aumentare. Trump si è nel frattempo rallegrato dell’operazione di salvataggio dei piloti dell’F15 abbattuto dagli iraniani, un episodio di cronaca militare che ha riacceso gli animi. E a qualche migliaio di chilometri di distanza, Benjamin Netanyahu sorrideva: il premier israeliano ha dichiarato di essersi parlato e congratulato con Trump, aggiungendo che «le cose che si dovevano dire erano tante e fatali». Un’allusione, questa, a un coordinamento stretto che non è mai stato ufficialmente confermato nei dettagli.

Il Libano, fronte dimenticato ancora in fiamme

Mentre l’attenzione resta concentrata sull’Iran, c’è un altro fronte che continua a bruciare senza fare notizia: il Libano. Daniele Dell’Orco, in un servizio definito esclusivo, lo racconta come un Paese diviso tra Hezbollah e oppositori, con bombardamenti continui che non accennano a fermarsi. Un conflitto che dura da decenni, e che oggi rischia di degenerare ulteriormente. Le immagini dal Libano bombardato mostrano una realtà di macerie e spostamenti forzati, dove le cosiddette componenti civili – in particolare quelle cristiane – si trovano strette tra due fuochi. Un equilibrio instabile, quello libanese, che qualsiasi escalation regionale rischierebbe di far saltare del tutto. E con Trump che minaccia Teheran, e Teheran che a sua volta guarda a Hezbollah come suo principale proxy nella regione, il pericolo di un allargamento del conflitto è più concreto di quanto non si voglia ammettere.

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