Il 1979, la rivoluzione e la lunga marcia delle donne iraniane

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’8 marzo del 1979, a Teheran, il cielo prometteva neve e la città era avvolta in quel traffico caotico che ne scandiva le mattine, con la gente stipata negli autobus a due piani e i taxi arancioni che sfrecciavano in ogni direzione. Nessuno, in quel giovedì di fine inverno, poteva immaginare che quella data sarebbe divenuta una cesura storica, il primo, drammatico atto di uno scontro destinato a durare decenni. Solo il giorno prima, l’ayatollah Khomeini, reduce dal trionfo della rivoluzione che aveva spazzato via lo scià, aveva decretato l’obbligo del velo per le donne nei luoghi di lavoro e negli uffici pubblici, usando per descrivere le donne senza velo un termine, “nude”, che suonò come una dichiarazione di guerra. Erano passate poche settimane dalla caduta del regime monarchico, un regime che, sebbene autocratico e privo di vere libertà politiche, aveva concesso alle donne spazi di emancipazione sociale inediti nel Medio Oriente: potevano vestire all’occidentale, studiare all’università, diventare giudici, ministri o piloti d’aerei, e una legge sulla protezione della famiglia del 1967 aveva posto limiti severi alla poligamia e innalzato l’età minima per il matrimonio. Quel decreto sul velo, per migliaia di donne che avevano marciato fianco a fianco con gli studenti e i chierici per rovesciare la dittatura dello scià, rappresentò una ferita insopportabile, la prima crepa in quel sogno di libertà per cui erano scese in piazza.

La protesta del marzo 1979 e la ritirata tattica del regime

La risposta non si fece attendere e, quella stessa mattina dell’8 marzo, decine di migliaia di donne invasero le strade di Teheran, radunandosi davanti all’ufficio del primo ministro, mentre altre tremila manifestavano a Qom, la città santa dove risiedeva Khomeini. Erano donne di ogni estrazione, molte delle quali indossavano ancora il velo che aveva contraddistinto la protesta anti-scià, ma che ora lo gettavano via o se lo legavano in testa come simbolo di sfida, non di sottomissione. Il loro grido, “Non abbiamo fatto una rivoluzione per tornare indietro”, risuonò per sei giorni consecutivi, in una mobilitazione spontanea e coraggiosa che colse di sorpresa la leadership clericale. Le manifestanti subirono violenze e aggressioni da parte di miliziani filo-regime, che le affrontarono con pietre, coltelli e bastoni, ma la loro determinazione fu tale da strappare un risultato apparentemente insperato: l’ayatollah Mahmoud Taleghani, una delle voci più moderate del nuovo corso, fu costretto a dichiarare che l’obbligo del velo non sarebbe stato imposto con la forza, ma solo caldeggiato come precetto religioso. Fu una ritirata tattica, una vittoria effimera che illuse le organizzatrici sulla possibilità di continuare a incidere sul futuro della rivoluzione, mentre in realtà segnava l’inizio di una resistenza destinata a protrarsi per oltre quarant’anni.

Lo smantellamento dei diritti e l’istituzionalizzazione della segregazione

Quella ritirata, però, fu solo una parentesi. Con la progressiva eliminazione delle opposizioni liberali e di sinistra, avvenuta tra il 1981 e il 1983, il regime consolidò il proprio potere e diede inizio a una sistematica cancellazione dei diritti civili. La legge rese obbligatorio il velo per tutte le donne, anche per le minorenni, e istituì le cosiddette “pattuglie di orientamento”, la polizia morale che ancora oggi pattuglia le strade per far rispettare il codice di abbigliamento. La segregazione di genere divenne la norma: scuole, università, spiagge e persino eventi sportivi furono divisi, e alle donne fu vietato di intraprendere certe professioni, come quella di giudice, o di viaggiare e studiare senza il permesso del marito o del tutore maschio. La legge sulla protezione della famiglia venne abrogata, ripristinando norme che abbassavano l’età del matrimonio per le bambine e che, in materia di divorzio e custodia dei figli, ribaltavano completamente la bilancia a favore degli uomini. Un’intera generazione di professioniste, artiste e intellettuali fu costretta all’esilio o al silenzio, mentre quelle che rimasero dovettero assistere allo smantellamento di un patrimonio di diritti costruito in decenni di lotte.

Le nuove generazioni e la continuità della lotta per la libertà

La morte di Mahsa Amini, nel settembre del 2022, ha riacceso una miccia che in realtà non si era mai spenta. La giovane curda, uccisa dopo essere stata arrestata dalla polizia morale per un presunto velo mal posizionato, è divenuta il simbolo di una rivolta che ha travolto tutte le province iraniane, con le donne in prima linea a tagliarsi i capelli e a bruciare il velo in piazza. Samira Ardalani, attivista e dissidente iraniana oggi in Italia, ha raccontato in più incontri pubblici, come quello all’Arci di San Bernardino, come quella che molti definiscono una nuova forma di resistenza affondi le sue radici proprio in quel lontano marzo del 1979. Ardalani sottolinea come gli iraniani, e le iraniane in particolare, non lottino per un ritorno al passato pre-rivoluzionario, ma per l’instaurazione di una repubblica democratica e laica, fondata sulla separazione tra Stato e religione e sulla piena parità di genere. Il movimento “Donna, Vita, Libertà” è l’erede diretto di quelle prime manifestanti che osarono sfidare Khomeini, e la loro battaglia, fatta di coraggio quotidiano e di una determinazione incrollabile, dimostra come il desiderio di autodeterminazione non possa essere cancellato né dai decreti né dalla violenza.

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