Mondiali 2026, l'Uruguay di Bielsa parte male: solo un pareggio con l'Arabia Saudita
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Redazione Sport
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La notte di Miami ha regalato un'altra sorpresa in questo Mondiale 2026, e a farne le spese, stavolta, è stata una delle nazionali più attese del girone H. All'Hard Rock Stadium, l'Uruguay di Marcelo Bielsa non è andato oltre l'1-1 contro l'Arabia Saudita, un risultato che, per come si erano messe le cose nel primo tempo, potrebbe persino essere letto come un mezzo scampato pericolo.
I sudamericani, che pure hanno costruito quasi trenta occasioni da rete, si sono trovati a inseguire per gran parte della gara, vanificando il predominio territoriale e la mole di gioco con una sterilità sotto porta che rischia di costare cara in un raggruppamento che, complice il contemporaneo 0-0 tra Spagna e Capo Verde, si è improvvisamente fatto cortissimo e imprevedibile.
La doccia fredda saudita e il vantaggio di Al Amri
A rompere gli equilibri, nel primo tempo, ci ha pensato la solita, straordinaria verve dei ragazzi allenati da Hervé Renard, gli stessi che quattro anni fa avevano firmato l'impresa del secolo contro l'Argentina. Stavolta l'impresa era più contenuta, ma l'approccio alla partita è stato identico: cinismo e sfruttamento delle palle inattive.
Al 41', su un corner battuto dalla destra, la difesa uruguaiana si è fatta trovare impreparata, la deviazione di Mohamed Kanno ha messo in difficoltà Fernando Muslera, e sulla respinta del portiere il più lesto di tutti è stato Al Amri, bravo a infilare il pallone in rete per l'1-0 che ha chiuso la prima frazione. Un vantaggio meritato, per quanto costruito su un episodio, perché i sauditi erano stati abili a chiudere gli spazi e a non disunirsi, mentre la Celeste, dal canto suo, faticava a trovare la profondità e sembrava innervosirsi di fronte alla densità difensiva avversaria.
L'urto fisico e la reazione dell'Uruguay nella ripresa
Nella ripresa, però, la musica è cambiata. Bielsa, come suo solito, non ha stravolto l'assetto ma ha chiesto più intensità e maggiore larghezza, spingendo gli esterni a sovrapporsi e cercando di allargare il fronte per mettere in difficoltà la retroguardia araba. L'assedio è diventato via via più pressante, con i sudamericani che hanno alzato il baricentro e costretto gli avversari a difendere con l'acqua alla gola. Le occasioni fioccavano, ma tra conclusioni imprecise, deviazioni e qualche intervento provvidenziale del portiere saudita, il pareggio sembrava non voler arrivare.
A spezzare l'incantesimo, all'80', ci ha pensato Ronald Araujo, il difensore del Barcellona, che in un'azione confusa da calcio d'angolo ha trovato il modo di insaccare il pallone, sfruttando una corta respinta e siglando l'1-1 che sapeva di liberazione. Non c'è stato tempo, però, né lucidità per completare la rimonta; gli ultimi minuti sono stati un assalto disperato, ma il muro saudita ha retto fino al triplice fischio, regalando un punto che, dalla prospettiva di Riad, ha il sapore di un piccolo miracolo.
Un girone di ferro e l'assenza della generazione d'oro
Per l'Uruguay, questo pareggio rappresenta un campanello d'allarme che non può essere ignorato. La selezione di Bielsa sta vivendo la sua prima rassegna iridata senza i totem del passato, quella generazione di fenomeni come Cavani e Suarez che per sedici anni hanno tenuto alto il nome del piccolo Paese sudamericano, regalandogli soddisfazioni enormi e una continuità di risultati impensabile per una nazione di soli 3,4 milioni di abitanti.
Oggi il ricambio generazionale è in corso, e nomi come quelli di Darwin Núñez o lo stesso Araujo sono chiamati a raccoglierne l'eredità, ma la partita di Miami ha mostrato tutte le difficoltà di una transizione che non è ancora completa.
La mancanza di un finalizzatore puro, capace di risolvere le partite sporche, si è fatta sentire eccome; i quasi trenta tiri totali sono un dato statistico che impallidisce di fronte al freddo calcolo del risultato, e se l'Arabia Saudita ha dimostrato di essere un'avversaria ostica e ben organizzata, è altrettanto vero che l'Uruguay ha sprecato l'occasione per mettere una seria ipoteca sulla qualificazione.
L'equilibrio totale in un girone che si fa sorprendente
Con questo risultato, il gruppo H si presenta con un perfetto pareggio di punti: tutte e quattro le formazioni – Spagna, Capo Verde, Uruguay e Arabia Saudita – sono appaiate a quota 1, un'eventualità che pochi avrebbero pronosticato alla vigilia. La Spagna, data per favorita, ha già mostrato le sue crepe contro una Capo Verde grintosa e ben messa in campo, e ora anche l'Uruguay si trova a dover fare i conti con una realtà meno semplice del previsto.
A complicare ulteriormente il quadro, ci si mette anche la presenza dell'arbitro italiano Maurizio Mariani, che ha diretto la gara con discrezione e personalità, garantendo un buon fluido di gioco e tenendo a bada le tensioni senza mai eccedere in protagonismo, un esordio più che sufficiente per il fischietto nostrano in questa vetrina mondiale.
Per Bielsa, ora, si apre un bivio: continuare a perseverare nella ricerca del gioco verticale e totale che ha sempre predicato, oppure trovare un compromesso con la concretezza, perché in un Mondiale dai margini così sottili, ogni punto perso può trasformarsi in un macigno. Di certo, il pareggio di Miami lascia tutto in sospeso e aumenta la posta in gioco per le prossime giornate, dove la differenza la faranno non solo le qualità tecniche, ma anche la capacità di gestire l'emotività e le pressioni di un torneo che si sta rivelando già ricco di colpi di scena.




