Chiusura shock a Reggio Emilia, Industria Chimica Reggiana licenzia in blocco 54 dipendenti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un annuncio lapidario, giunto in mattinata durante l'incontro con la rappresentanza sindacale, ha messo fine a sessantacinque anni di storia industriale. La multinazionale statunitense Ppg Industries, che nel 2020 aveva rilevato la storica azienda fondata nel 1961, ha comunicato la decisione irrevocabile di cessare la produzione nel sito reggiano, avviando contestualmente una procedura di licenziamento collettivo che coinvolge cinquantaquattro persone. Le motivazioni addotte, secondo quanto riportato dalla Filctem Cgil, risiedono nel persistente calo dei volumi di affari registrati negli ultimi tempi e nella condizione d’obsolescenza degli impianti, la cui modernizzazione richiederebbe, a dire della proprietà, investimenti economici troppo gravosi. Una mossa che, di fatto, smantella il cuore operativo dell'azienda, destinando a rimanere in attività, seppure in via residuale, un esiguo gruppo di una ventina di addetti agli uffici.

Il presidio sotto la pioggia e la disperazione dei lavoratori

Nonostante una pioggia insistente, i dipendenti si sono radunati compatti davanti ai cancelli di via Gasparini, trasformando l’angoscia in un presidio di protesta. Tra di loro, chi come Fabio Marciano vanta ventitré anni di servizio e chi, come Daniele Fusco, ne ha spesi diciotto, accumulando in quel posto non solo esperienza ma il proprio progetto di vita. “È stato uno choc, ci è crollato il mondo addosso”, hanno ripetuto, descrivendo una decisione percepita come un fulmine a ciel sereno, maturata nell’arco di una notte senza che vi fossero, almeno in apparenza, segnali premonitori. La sindacalista Rosa Ciampa, che segue la vicenda da circa due anni, ha sottolineato come questa scelta unilaterale getti nel più profondo disagio intere famiglie, stroncando d’un colpo decenni di dedizione.

Le reazioni del sindacato e il futuro incerto

La Cgil, attraverso la sua articolazione della Filctem, ha definito “inaccettabile” la mossa dell’azienda, stigmatizzando il metodo e le conseguenze sociali di una chiusura che priva il territorio di un pezzo significativo del suo tessuto produttivo. L’accento è stato posto, in particolare, sul carattere brutale della comunicazione e sull’assenza di un confronto preventivo volto a esplorare alternative, come la ricerca di nuovi investitori o piani di riconversione industriale. La trattativa con la proprietà, che ora si aprirà obbligatoriamente per l’esame della procedura collettiva, si preannuncia dunque come un tavolo dal quale non ci si aspetta, dati i presupposti, un ripensamento sulla decisione strategica, ma al più una discussione sugli aspetti normativi ed economici legati ai licenziamenti.

Un pezzo di storia industriale che si spegne

La vicenda dell’Industria Chimica Reggiana s’inserisce in un quadro più ampio di trasformazioni del sistema manifatturiero locale, segnato in passato da altre dolorose pagine di cronaca economica. La chiusura di uno stabilimento così longevo non rappresenta soltanto la perdita di posti di lavoro, bensì l’erosione di un sapere tecnico specializzato, costruito in generazioni, e l’indebolimento di quella catena di fornitura e indotto che ruotava intorno all’azienda. Il passaggio di proprietà a un grande gruppo internazionale, spesso visto come una garanzia di stabilità e sviluppo, ha in questo caso mostrato il suo volto più spietato, dettato da logiche di mercato e di bilancio che prescindono dalla storia e dalle relazioni umane consolidate nel tempo.

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