Roma, il Giubileo si chiude ma la città resta divisa tra centro e periferie

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre le imponenti porte di bronzo delle basiliche papali, dopo un anno di incessanti pellegrinaggi, vengono serrate una dopo l’altra secondo un antico rituale, lasciando nell’aria il silenzio solenne delle preghiere esaudite, un’altra porta, quella della speranza per molti abitanti della capitale, sembra rimanere socchiusa. Se la chiusura della Porta Santa a San Paolo fuori le Mura, compiuta dal cardinale arciprete Harvey in un clima di raccoglimento, e il precedente rito a Santa Maria Maggiore presieduto dal cardinale Rolandas Makrickas segnano, come ha sottolineato quest’ultimo, la fine di “un tempo speciale” ma non della misericordia divina, l’eredità concreta del Giubileo per Roma appare più controversa. La città, che pure ha saputo gestire con efficacia, superando non poche difficoltà, il flusso straordinario di milioni di fedeli, non è riuscita, secondo le parole del cardinale Baldo Reina, a vincere la sfida fondamentale della solidarietà e della coesione sociale, lasciando che il solco tra centro e periferie continuasse ad approfondirsi.

Le porte che si chiudono e le speranze che restano in sospeso

Il passaggio dei pellegrini, provenienti da ogni angolo del pianeta e appartenenti a diverse confessioni cristiane, attraverso quelle soglie sacre ha rappresentato un potente simbolo di ricerca interiore e di rinnovamento, un fatto che il cardinale Harvey ha legato al concetto di una libertà interiore indistruttibile. Tuttavia, quella spinta ideale non si è tradotta, stando all’analisi, in un cambiamento di rotta tangibile per la metropoli, la quale non è stata in grado di offrire risposte durature ai suoi cittadini più fragili. Le periferie, spesso dimenticate, continuano a languire in uno stato di distanza non solo geografica ma soprattutto sociale ed economica dal cuore pulsante della città, mentre le famiglie si dibattono tra la cronica emergenza abitativa e la precarietà del lavoro, problemi che il Giubileo non ha scalfito.

Un bilancio tra successo organizzativo e deficit sociale

La macchina dei grandi eventi, dunque, ha funzionato, dimostrando una capacità operativa notevole nell’allestire cantieri e nel governare la complessa logistica di un appuntamento mondiale, ma al di là di questo aspetto, ampiamente positivo, permangono questioni irrisolte che minano il tessuto stesso della comunità. Il messaggio universale di Paolo, l’apostolo delle genti a cui è dedicata la basilica ostiense, rivolto specialmente ai “lontani”, sembra così scontrarsi con una realtà quotidiana in cui molti si sentono appunto lontani, esclusi dalle opportunità e privi di prospettive. La distanza, che non è più solo spirituale ma molto concreta, rischia di vanificare lo slancio di un anno dedicato proprio alla riconciliazione e alla misericordia, lasciando un’amara riflessione sulle priorità cittadine.

La fine di un tempo e l’inizio di una responsabilità

Con la prossima chiusura della Porta Santa in San Pietro, affidata a Papa Leone, si concluderà ufficialmente l’Anno Santo, ma per Roma inizia una fase altrettanto cruciale, quella di fare i conti con le proprie contraddizioni. Il cuore di Dio, come ricordato, rimane aperto, ma gli animi di tanti romani, logorati dalle difficoltà, rischiano di chiudersi nella rassegnazione. La sfida, ora, è trasformare l’energia spirituale raccolta in un impegno civile e politico mirato a colmare quel divario che separa, di fatto, due città diverse nello stesso spazio urbano, assicurando che la grazia sperimentata dai pellegrini possa diventare, finalmente, pane quotidiano per chi nella città ci vive e fatica.

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