Google accusata di monopolio: la battaglia legale continua
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Redazione Economia
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Google ha annunciato che presenterà ricorso contro la sentenza del giudice distrettuale Amit Mehta, che ha stabilito che il colosso di Mountain View ha speso decine di miliardi di dollari per assicurarsi una posizione dominante nel mercato dei motori di ricerca su smartphone e browser. Questa decisione rappresenta un momento cruciale nella lunga battaglia legale contro Google, accusata di violare le leggi sulla concorrenza.
La posizione di Apple
Apple ha dichiarato che non esiste alcuna offerta da parte di Microsoft che possa convincere la società a sostituire Google con Bing come motore di ricerca predefinito nel browser Safari. Le ragioni principali di questa decisione sono legate alla qualità inferiore delle ricerche di Bing e alle sue scarse capacità di monetizzazione. Pertanto, Apple continuerà a mantenere un accordo esclusivo con Google.
Il dominio di Google nel mercato
Secondo un recente rapporto di StatCounter, Google domina il panorama dei motori di ricerca con una quota di mercato impressionante del 91,04%, mentre Bing detiene solo il 3,86%. Questa posizione dominante è stata riconosciuta per la prima volta nella storia da un giudice, che ha dichiarato Google monopolista nel mercato della ricerca e della pubblicità online.
Le implicazioni della sentenza
La causa è stata gestita dal tribunale distrettuale del Distretto di Columbia, a Washington, su denuncia del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Il giudice Amit Priyavadan Mehta ha stabilito che Google ha violato la seconda sezione dello Sherman Act, una legge del 1980 che definisce cosa costituisce un monopolio negli Stati Uniti. Questa sentenza storica potrebbe avere ripercussioni significative sul potere dei giganti tecnologici.
Le altre cause antitrust
Oltre a Google, anche altre grandi aziende tecnologiche come Apple e Microsoft sono coinvolte in cause antitrust negli Stati Uniti. L'Europa, da parte sua, è impegnata da decenni in questa battaglia e ha recentemente rafforzato le sue normative con il Digital Markets Act (DMA), che vieta alle grandi piattaforme di favorire i propri servizi rispetto a quelli dei concorrenti.




