Il capello biondo nella botola e il rebus della tomba violata: carabinieri nella casa di Dolci
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Redazione Interno
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Un lungo capello biondo, rimasto forse impigliato per giorni su di una ragnatela all’ingresso di una botola, ha riacceso i riflettori su un’indagine già di per sé complessa e dai contorni sfumati. È accaduto a Sant’Omobono Terme, dove l’inviato della trasmissione «Chi l’ha visto?», nel corso di un servizio giornalistico, ha effettuato il rinvenimento nella proprietà di Francesco Dolci, l’ex fidanzato di Pamela Genini.
Il giornalista ha immediatamente allertato le autorità, dando il via a un intervento tempestivo da parte dei carabinieri che, nel primo pomeriggio di oggi, hanno eseguito un sopralluogo documentato in diretta televisiva su Rai 2.
Il reperto, stando alle prime informazioni filtrate dagli ambienti investigativi, non sarebbe però considerato, allo stato attuale, un elemento di svolta. Se da un lato è inevitabile procedere al repertamento e all’analisi genetica della fibra, dall’altro gli inquirenti valutano la possibilità che la sua presenza possa essere facilmente giustificata dal contesto.
Francesco Dolci, contattato dai media, ha infatti ribadito un concetto cardine della sua difesa: Pamela la casa la frequentava, viveva qui prima di morire, e trovare una sua traccia biologica in quell’ambiente sarebbe, di fatto, la normalità. Oltre a ciò, l’uomo ha sollevato un’ipotesi inquietante, quella di una messa in scena, dichiarando di temere che qualcuno possa voler occultare la testa della vittima – asportata durante la profanazione della tomba nello scorso marzo – all’interno della sua proprietà, per incastrarlo.
Il sopralluogo in diretta e le parole di Dolci
La scoperta del capello, avvenuta in una botola che conduce presumibilmente agli impianti della piscina, è stata raccontata in tempo reale dalle telecamere. Si tratta di un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di tensione mediatica a un caso che, già di per sé, aveva sconvolto l’opinione pubblica per la furia omicida prima e per l’oltraggio alla salma poi.
Francesco Dolci, imprenditore edile, non è nuovo a questi interrogatori e a questi momenti di pressione. Già lo scorso 14 aprile, insieme ai genitori, era stato sottoposto a un lungo interrogatorio di circa nove ore da parte dei carabinieri del comando provinciale di Bergamo; in quell’occasione, aveva parlato apertamente di minacce ricevute e di una presunta pista legata a un giro di riciclaggio, sostenendo di essere diventato un bersaglio per la sua volontà di collaborare.
La sua posizione è ambivalente: da una parte si presenta come la «memoria vivente» della giovane, l’ultimo depositario della sua vita quotidiana prima del femminicidio; dall’altra, vive nella costante paura di essere incastrato. Il ritrovamento del capello, avvenuto su una superficie polverosa o su una ragnatela (elemento che potrebbe suggerire un deposito accidentale o poco recente), non sembra aver scalfito per ora la sua posizione di persona informata sui fatti, sebbene la tensione resti altissima.
Il silent test e la direttrice dell’inchiesta
Per comprendere appieno la portata di questo ritrovamento – o la sua possibile innocuità – è necessario inquadrarlo nel più ampio mosaico delle indagini sulla profanazione del feretro di Pamela Genini, avvenuta nel cimitero di Strozza. La tomba della 29enne, uccisa a Milano da Gianluca Soncin nell’ottobre del 2025, è stata violata con una modalità che ha lasciato interdetti gli stessi investigatori.
Il taglio della bara e del rivestimento interno è stato definito «certosino», un lavoro di precisione che richiederebbe tempo, calma e probabilmente l’intervento di più persone. L’asportazione della testa del cadavere non sembra essere stato un atto vandalico impulsivo, ma un’operazione quasi tecnica, che ha sollevato interrogativi profondi sulle motivazioni.
Proprio in questi giorni, un’altra pista sembrava essersi aperta con la scoperta di un video notturno. Le telecamere di sorveglianza del cimitero avrebbero infatti ripreso un uomo aggirarsi tra le tombe in orario sospetto; un elemento che gli inquirenti stanno ancora vagliando per attribuire una identità al soggetto.
La gestione della scena e il contesto giudiziario
La scelta del giornalista di «Chi l’ha visto?» di non toccare il capello e di chiamare subito le forze dell’ordine è stata determinante per non inquinare la scena. I carabinieri hanno così potuto effettuare i rilievi del caso, inserendo questa nuova acquisizione in un fascicolo che, al momento, procede contro ignoti per il reato di vilipendio e furto di cadavere.
Non bisogna dimenticare, d’altronde, che sullo sfondo di queste vicende si staglia il processo per l’omicidio della ragazza. Gianluca Soncin, l’imprenditore che ha ucciso l’ex compagna con decine di coltellate (il numero esatto delle ferite, 76, emerso come un dato agghiacciante che testimonia la furia omicida), dovrà comparire davanti alla Corte d’Assise di Milano il prossimo 4 giugno.
La profanazione della tomba ha di fatto riaperto le ferite e allargato il raggio d’azione delle indagini, costringendo gli investigatori a guardare oltre il femminicida confesso. Mentre la famiglia della vittima attende ancora di poter dare una sepoltura dignitosa al completo della giovane, i carabinieri continuano a setacciare la zona di Bergamo, senza escludere alcuna pista, neppure quella della messa in scena paventata da Dolci.
Per ora, il capello biondo finirà in laboratorio. E sarà la scienza, in assenza di prove schiaccianti o dichiarazioni spontanee degli indagati, a dire se si tratti di un’inutile eco del passato o del primo tassello di una verità ancora sepolta.




