La tomba violata di Pamela Genini, la madre: «Uno scempio disumano» – nessuna minaccia, nessuna richiesta di denaro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il silenzio irreale che avvolge il cimitero di Strozza, un piccolo paese della Valdimagna dove i vicoli stretto conoscono i nomi di tutti, è stato rotto solo dal ritorno di alcuni oggetti quasi rituali: la scarpetta rossa col tacco alto, ricomparsa chissà da chi e chissà perché sulla finta lapide di plastica; accanto a lei, i cioccolatini russi, una corona di legno, delle rose e, alla base, persino un peluche. In passato qualcuno aveva aggiunto del rosmarino, come a voler cucinare un dolore che invece resta crudo. Eppure, nulla in quell’apparente normalità lasciava presagire l’orrore che si celava dentro il loculo. Perché da quel loculo, nessuno sembra aver notato movimenti sospetti, nessuno ha visto estrarre il feretro, nessuno ha assistito all’apertura della bara. Eppure il Corpo di Pamela Genini, la giovane modella di 29 anni vittima di un femminicidio avvenuto il 14 ottobre 2025 in un appartamento di Milano per mano dell’ex Gianluca Soncin, è stato profanato nel modo più efferato: decapitato, con la testa portata via. Un cadavere mutilato, ora sotto sequestro, che restituisce l’immagine di una follia che non si ferma nemmeno davanti alla morte.

La famiglia rompe il silenzio: «Mai minacciati, mai ricattati»

Contro ogni voce che aveva cominciato a circolare – ipotesi di richieste di denaro, presunti messaggi intimidatori arrivati ai congiunti dopo la scomparsa – arriva una smentita categorica. La madre di Pamela, attraverso una nota ufficiale diffusa dall’avvocato Nicodemo Gentile, che si fa portavoce del suo dolore e della sua lucida rabbia, ha dichiarato che nessun componente della famiglia ha mai ricevuto minacce, né prima né dopo l’omicidio. Nessuna richiesta di riscatto, nessuna lettera anonima, nessuna pressione. «Uno scempio disumano»: queste le parole che la madre affida al legale, parole che pesano come pietre tombali. «Nemmeno la morte le ha concesso pace – aggiunge Gentile – qualcuno ha violato anche il suo ultimo rifugio». La precisazione non è un dettaglio formale: serve a fare chiarezza, a spazzare via le indiscrezioni che rischiano di deviare l’attenzione dal gesto in sé, un gesto che i familiari definiscono senza mezzi termini un atto di una crudeltà inaudita.

Le piste investigative: dal blitz di gruppo alla mente malata

Le indagini, coordinate dalla procura di Bergamo, si muovono su terreni scivolosi. Gli inquirenti non escludono alcuna ipotesi, anche le più disturbanti. Da un lato, c’è la possibilità di un blitz organizzato da più persone: qualcuno che ha agito di notte, o forse in un momento di scarsa sorveglianza, per aprire il loculo, estrarre la bara, rimuovere la testa e poi richiudere tutto, quasi a voler simulare che nulla fosse accaduto. La scena, descritta da chi ha visto il cadavere ora sotto sequestro, è da film horror. Ma dall’altro lato, l’avvocato Nicodemo Gentile suggerisce una pista diversa, forse ancora più inquietante: «Dinamiche di possesso deviate, pensieri disturbati e ossessivi nei confronti di Pamela». Una sorta di feticcio macabro, insomma, dove la testa amputata diventa un trofeo, un oggetto di un culto malato che prescinde da qualsiasi logica di vendetta o ricatto. La procura non sta tralasciando nessuna traccia, anche quelle che portano verso soggetti isolati, magari già noti per disturbi della personalità o per fissazioni nei confronti della ragazza.

Un delitto che non smette di ferire: il violato dopo la violenza

Ciò che sconvolge, in questa vicenda, è la sovrapposizione di due violenze: quella che ha ucciso Pamela nell’ottobre 2025, dentro un appartamento di Milano, e quella postuma, quasi una beffarda prosecuzione del femminicidio. «Sembra che non sia successo niente»: la frase, quasi sussurrata da chi frequenta il cimitero di Strozza, riassume l’orrore dell’apparenza. Perché sulla tomba, quella falsa lapide di plastica, la vita apparente è ricominciata: le rose, i vasi, i fiori, il peluche. Ma sotto, nel loculo, il feretro custodiva un cadavere senza testa. Un contrasto che la madre non riesce a elaborare se non attraverso l’accusa: uno scempio disumano. Gli inquirenti, intanto, lavorano senza clamore, esaminando i filmati delle telecamere della zona – se ci sono – e ascoltando chiunque abbia frequentato il cimitero nei giorni precedenti al ritrovamento. Nessuna pista è stata ancora ufficializzata, ma il tempo stringe: il corpo, privato della sua integrità, aspetta giustizia. Una giustizia che forse, in questo caso, dovrà fare i conti con una follia che non conosce confini, nemmeno quelli di una bara.

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