Il silenzio della salma: i periti dovranno decifrare l’oltraggio a Pamela Genini
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Redazione Interno
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La Procura di Bergamo ha rotto l’accerchiamento investigativo affidando agli specialisti forensi Matteo Marchesi e Marco Cummaudo – con Antonello Cirnelli a presidio della parte offesa – l’incarico di restituire un senso, per quanto possibile, a quello che resta di un Corpo già violato due volte. La prima, il 15 ottobre scorso, in un appartamento del quartiere Gorla a Milano, quando Gianluca Soncin – l’uomo che condivideva la sua vita – trasformò la furia di un possesso negato in una sequela di coltellate. La seconda, mesi dopo, tra i loculi del piccolo cimitero di Strozza, dove qualcuno ha aperto il feretro bianco, ha martoriato ciò che il tempo non aveva ancora consumato del tutto e ha portato via la testa della ragazza. L’esame, calendarizzato per l’8 aprile all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, non sarà una semplice autopsia, quanto piuttosto un’indagine retrospettiva su uno scempio che sfida la logica giudiziaria.
Novanta giorni per restituire la verità sul sezionamento
I quesiti depositati dai magistrati delineano un programma d’analisi meticoloso, quasi ossessivo, della violenza postuma. Ai tre esperti si chiede di accertare le modalità precise con cui la testa è stata separata dal tronco, andando ben oltre la constatazione macroscopica del taglio. Sarà fondamentale individuare la natura dello strumento utilizzato – se una lama seghettata, un coltello da macelleria o un oggetto contundente – e verificare l’eventuale presenza di residui metallici depositati sui margini della ferita, tracce che potrebbero funzionare come una firma chimica dell’attrezzo. I periti dovranno inoltre scandagliare il alla ricerca di tracce biologiche estranee, un lavoro certosino per capire se chi ha compiuto il gesto abbia lasciato tracce del proprio passaggio, e infine stabilire una cronologia interna: il sezionamento è stato eseguito in una fase precoce post mortem, quando i tessuti conservano ancora una consistenza simile a quella del vivo, o su un corpo già avvolto dai processi decomposti? La risposta a quest’ultimo quesito, lo si capisce bene, potrebbe offrire agli inquirenti un frame temporale decisivo per circoscrivere le responsabilità.
Dal loculo violato alle prime piste investigative
A rendere il quadro ancora più complesso – lo si apprende dagli atti e dalle ricostruzioni degli ultimi giorni – è la scoperta delle modalità d’accesso al feretro, conservato in un loculo del cimitero della Valle Imagna. Chi ha profanato la salma non ha agito con la mera volontà di distruggere, ma ha dimostrato una certa dimestichezza nell’opera di scasso: i sigilli erano stati rimossi e poi richiusi con silicone fresco, nel tentativo di occultare l’effrazione. Questo dettaglio, unito alla natura ieratica del furto (la testa portata via, lasciando il resto), ha indotto la Procura a non escludere alcuna pista. Si va dall’ipotesi di un blitz compiuto da più persone – magari animate da un disegno criminoso legato a riti o a collezionismo morboso – fino alla possibilità che dietro lo scempio si celi una mente singola e disturbata, agita da un pensiero di possesso deviato nei confronti dell’immagine della giovane.
L’ombra del compagno e il dolore della madre
Va ricordato, per inquadrare l’assurdità del contesto, che il principale indiziato per l’omicidio – Soncin, che all’epoca dei fatti aveva 52 anni – si trova attualmente ristretto in carcere. Le indagini sulla profanazione, invece, procedono a carico di ignoti, anche se i pubblici ministeri stanno verificando se l’uomo, nonostante la detenzione, abbia potuto interagire con l’esterno o se vi siano emulazioni legate alla sua vicenda giudiziaria. Nel frattempo, la madre della vittima, attraverso i suoi legali, ha definito l’accaduto uno “scempio disumano”, aggiungendo che nemmeno la morte ha restituito la pace alla figlia. Il lavoro dei medici legali, in programma per l’inizio del mese prossimo, rappresenta al momento l’unico strumento tecnico in grado di trasformare un racconto di pura cronaca nera in un fascicolo processuale solido. Perché se l’assassino del è già dietro le sbarre, chi ha profanato la tomba deve ancora essere identificato, e la testa di Pamela è ancora un tassello mancante di questa macabra ricomposizione.




