Il dolore senza sepoltura: la madre di Pamela Genini chiede giustizia dopo la profanazione della tomba
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Redazione Interno
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«Non posso andare avanti senza poter seppellire mia figlia». La frase, che Una Smirnova affida ai microfoni di “Dentro la notizia”, porta con sé un peso che va oltre la perdita: è l’ennesima ferita inferta a una donna già distrutta dal femminicidio della figlia, Pamela Genini, la modella di 29 anni uccisa a Milano lo scorso 15 ottobre. Quel giorno, l’ex compagno Gianluca Soncin, cinquantaduenne, le aveva inferto ventiquattro coltellate. Ma l’orrore, come se non bastasse, non si è fermato alla morte.
La profanazione del e lo scempio al cimitero
Lunedì scorso, qualcuno ha aperto il feretro di Pamela nel cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo. Il è stato profanato, la testa portata via. Un gesto che Una Smirnova non esita a definire «scempio disumano», e che trasforma il lutto in un’attesa senza fine. «Vi prego, aiutatemi a ritrovarla – ha aggiunto la madre – perché non possiamo più andare avanti così, non ce la facciamo più». La sua voce, riportata dalle cronache, non lascia spazio a retorica: è una richiesta concreta, disperata, che si scontra con il silenzio di chi, finora, non ha restituito alla famiglia i resti della ragazza.
L’appello nella Settimana Santa e il richiamo alle coscienze
La tempistica, per quanto casuale, assume una forza simbolica. Proprio durante la Settimana Santa, Una Smirnova ha lanciato un nuovo accorato appello: «Spero che si sveglino le coscienze». La donna non si rivolge solo agli investigatori, ma a chiunque possa avere informazioni su quanto accaduto nella piccola comunità bergamasca. «È un dolore che non lascia vivere me e i miei familiari – ha ripetuto – non abbiamo più la forza di aspettare». Le sue parole, prive di rabbia urlata, si trasformano in un grido sommesso ma insopprimibile, quello di chi ha già perso una figlia e ora non può nemmeno darle sepoltura.
Le indagini e il contesto giudiziario
Sul fronte investigativo, i carabinieri hanno aperto un fascicolo per vilipendio di cadavere, ma al momento non risultano elementi che colleghino il gesto direttamente all’assassino di Pamela, Gianluca Soncin, attualmente in carcere. Non è chiaro se la profanazione sia un atto autonomo, compiuto da qualcuno con un legame morboso con il caso, o se celi un disegno più oscuro. Quel che è certo è che la salma, mutilata, è ancora priva della sua integrità, e che per Una Smirnova ogni giorno senza la testa della figlia è una condanna accessoria che si somma all’ergastolo emotivo del lutto.
L’orrore silenzioso che non trova riparo
A colpire, in questa vicenda, è la crudeltà aggiuntiva: dopo averla uccisa, qualcuno ha deciso di negare alla madre persino il rito dell’addio. «Aiutatemi a ritrovarla» non è una frase di circostanza, ma il centro pulsante di un dolore che non trova sbocco. Pamela Genini non è più solo la vittima di un femminicidio: è diventata, suo malgrado, un simbolo di come la violenza possa continuare a colpire anche dopo la morte. La madre, in attesa di una risposta che tarda ad arrivare, si aggrappa alla speranza che qualcuno – un testimone, un vicino, un’anima qualsiasi – rompa il muro di omertà che avvolge questa macabra vicenda. Nel frattempo, la tomba vuota e la testa perduta restano lì, a ricordare che non tutto il male è stato raccontato.




