L’appello della madre e i varchi del cimitero: sulla profanazione della tomba di Pamela Genini si indaga per un furto “di precisione”
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Redazione Interno
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A distanza di oltre una settimana dal ritrovamento, la macabra vicenda della tomba profanata di Pamela Genini continua a tenere banco nelle indagini coordinate dalla procura di Bergamo, con gli inquirenti che hanno concentrato i propri sforzi su due elementi ritenuti dirimenti: l’analisi dei varchi di accesso al cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo, e i rilievi tecnici effettuati direttamente presso la sepoltura della giovane modella ventinovenne. Le attività, condotte con il supporto della scientifica, mirano a ricostruire con esattezza la dinamica di un’azione che, nell’economia del fascicolo aperto a carico di ignoti per furto e vilipendio di cadavere, presenta i contorni di un’operazione tutt’altro che improvvisata. Chi ha agito, secondo la ricostruzione degli investigatori, ha infatti dimostrato una conoscenza specifica della struttura del loculo, riuscendo ad aprire la bara e ad asportare parte dei resti – nello specifico la testa – lasciando invece il resto del Corpo al suo interno con una modalità che esclude la fretta tipica di un gesto impulsivo.
L’ipotesi del movente e il fascicolo della procura
Sul tavolo del pubblico ministero Mancusi, al momento, le ipotesi di reato si intrecciano con le difficoltà di individuare un movente chiaro e privilegiato. La direzione dell’inchiesta si muove su più binari, esplorando piste che vanno dalla possibilità di un riscatto legato a denaro – si indaga sull’eventualità che la donna potesse custodire somme per conto di terzi – fino a quella, più inquietante, legata al feticismo o ad atti di devianza. Si tratta di scenari tutti al momento al vaglio degli inquirenti, che mantengono il massimo riserbo sugli sviluppi tecnici emersi dai tabulati telefonici e dalla disamina delle immagini delle telecamere di sorveglianza, non ancora decisive per l’identificazione dei responsabili. L’apertura del fascicolo per furto e vilipendio, aggravato dal contesto cimiteriale, rappresenta il perimetro entro cui si muovono le indagini, con i carabinieri che stanno setacciando il registro degli accessi al camposanto nelle giornate precedenti la scoperta della profanazione, avvenuta lo scorso 23 marzo.
La versione di Francesco Dolci e il timore per la propria incolumità
A gettare ulteriore luce – seppur indiretta – su una delle piste seguite dagli investigatori è stata l’iniziativa dell’ex fidanzato della vittima, Francesco Dolci, imprenditore edile della zona di Sant’Omobono Imagna. Dolci, che è stato ascoltato dagli inquirenti in qualità di persona informata sui fatti, ha rilasciato dichiarazioni che orientano le attenzioni verso la tesi della “vendetta trasversale” o del recupero crediti. L’uomo, che aveva avuto una relazione con Pamela, ha parlato apertamente di un “disegno criminoso” che potrebbe celarsi dietro il macabro gesto, rilanciando la pista economica legata a presunti soldi che la ragazza avrebbe custodito. Ma a destare particolare impressione è stata la sua decisione di redigere una lettera – di cui ha riferito l’esistenza – nella quale mette nero su bianco un monito: se dovesse capitargli qualcosa di tragico, non si tratterà di un caso di suicidio. Con queste parole, Dolci ha di fatto palesato un timore concreto per la propria incolumità, un elemento che gli investigatori stanno valutando con attenzione per comprendere se dietro la profanazione ci sia un messaggio intimidatorio rivolto a lui o più in generale alla cerchia delle persone vicine alla modella.
L’appello della madre e l’attesa per i rilievi tecnici
In attesa che i consulenti nominati dalla procura terminino lo studio approfondito dei reperti e dei segni di effrazione sulla sepoltura, è arrivato l’appello della madre di Pamela, la quale ha ribadito la convinzione che quanto accaduto non sia il frutto di un atto vandalico comune, bensì il gesto di qualcuno spinto da un’ossessione specifica nei confronti della figlia. Una dichiarazione che, sebbene rientri nel dolore personale della famiglia, si allinea con l’impostazione degli inquirenti, i quali hanno più volte ribadito, attraverso le informazioni trapelate, che il lavoro di estrazione dei resti non è stato compiuto da esperti del settore, ma da persone che sapevano esattamente cosa cercare. I rilievi tecnici si sono concentrati proprio sulla modalità di apertura della bara e sull’analisi delle impronte digitali e del DNA eventualmente lasciati sul posto, mentre l’attenzione sui varchi di accesso del cimitero serve a restringere la finestra temporale in cui i responsabili sono entrati in azione, incrociando i dati con le testimonianze raccolte tra i residenti e i frequentatori abituali del cimitero di Strozza.




