La tomba di Pamela Genini profanata, l’ex fidanzato Francesco Dolci parla di un “disegno criminoso” e di una lettera choc: “Se mi succede qualcosa non è suicidio”
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Redazione Interno
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La salma di Pamela Genini, sepolta nel cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo, è stata violata nella notte tra il 22 e il 23 marzo scorsi. Un gesto che ha sconvolto l’intera vallata, non tanto per l’effrazione in sé – il sepolcro è stato aperto con una certa foga – quanto per l’orribile dettaglio emerso dalle prime verifiche: dalla salma, prelevata dalla bara, è stata asportata la testa. Un’operazione che, secondo gli inquirenti, potrebbe essere stata condotta da mani non esperte; un particolare, quest’ultimo, emerso dalle prime analisi dei luoghi, che lascia intendere una pianificazione dettata più dall’urgenza che da una tecnica specifica. In procura a Bergamo, il pubblico ministero Mancusi ha aperto un fascicolo per furto e vilipendio di cadavere, un’indagine che al momento procede a carico di ignoti. Il movente, in questa fase, resta il vero punto oscuro: si procede per ipotesi, senza che nessuna pista – né quella legata a una possibile questione di denaro né quella, più inquietante, di un gesto legato al feticismo – possa dirsi privilegiata.
A gettare ulteriore luce sulla natura di questo episodio, o meglio, a infittirne il mistero, sono arrivate nelle ultime ore le dichiarazioni di Francesco Dolci, imprenditore edile di Sant’Omobono Imagna ed ex fidanzato di Pamela. Dolci ha fatto sapere di aver redatto una lettera, un documento che ha consegnato a persone di fiducia, nel quale mette nero su bianco una premessa di non poco conto: se gli dovesse accadere qualcosa di tragico, ha scritto, non si tratterà di un suicidio. Un passaggio, questo, che l’uomo ha voluto rendere pubblico attraverso una lettera aperta, spiegando di temere per la propria incolumità. Nella sua ricostruzione, dietro al macabro gesto della profanazione si celerebbe un vero e proprio “disegno criminoso”, un disegno che – nelle sue parole – lo vede come potenziale vittima di un’organizzazione dai contorni ancora indefiniti. Dolci ha riportato l’attenzione sulla tesi del denaro, su quelle somme che Pamela avrebbe custodito per conto di terzi, una pista che già in passato aveva aleggiato nelle indagini sulla sua morte, avvenuta in circostanze mai del tutto chiarite.
Gli sviluppi giudiziari, per ora, si muovono lungo il filo di questa duplice ipotesi: da un lato l’atto vandalico fine a sé stesso, dall’altro l’esecuzione di un’operazione criminale ben più ampia, orchestrata da qualcuno che aveva un interesse diretto a impossessarsi di qualcosa che apparteneva alla donna. La madre di Pamela, in una delle poche interviste rilasciate, ha parlato di un gesto dettato da una sorta di “ossessione”, ipotizzando che dietro l’asportazione della testa ci sia qualcuno che nutriva un rapporto morboso nei confronti della figlia. Una dichiarazione che, seppur filtrata dal dolore personale, si inserisce perfettamente nel vuoto investigativo che circonda l’atto: perché profanare una tomba a quasi due anni dalla morte? Perché asportare proprio la testa? Domande a cui, al momento, né la scientifica né gli inquirenti sono in grado di dare una risposta certa.
La lettera di Dolci e il timore per la propria incolumità
Francesco Dolci, dunque, ha deciso di rompere il silenzio, ma non lo ha fatto in forma di interrogatorio o attraverso i propri legali, bensì con una strategia comunicativa precisa: rendere pubblica l’esistenza di quella lettera. Un atto che, di per sé, costituisce un fatto nuovo nell’economia delle indagini. L’ex fidanzato non si limita a denunciare un pericolo generico; il suo messaggio, consegnato alla trasmissione televisiva “Vita in diretta”, è calibrato per creare un precedente giudiziario implicito. Scrivendo “se mi succede qualcosa non è suicidio”, Dolci tenta di blindare la propria versione degli eventi, costruendo una narrazione nella quale la sua eventuale scomparsa sarebbe da attribuire esclusivamente a terze mani. Un meccanismo di difesa, il suo, che però rischia di trasformarsi in un ulteriore elemento di disturbo per gli inquirenti, già alle prese con una vicenda che mescola elementi di cronaca nera, presunti moventi finanziari e un profondo alone di mistero sulla morte della stessa Pamela Genini.
I risvolti investigativi tra ipotesi finanziarie e piste deviate
L’ipotesi del denaro, tornata prepotentemente d’attualità con le parole di Dolci, non è nuova per chi segue la vicenda. Già ai tempi del decesso della donna, erano circolate voci riguardo a ingenti somme che Pamela avrebbe avuto in custodia, voci mai ufficialmente confermate ma nemmeno completamente archiviate. Se questa linea di indagine dovesse rivelarsi fondata, la profanazione assumerebbe i contorni di un’operazione di recupero, seppur nella sua forma più macabra: qualcuno sarebbe tornato a cercare qualcosa che, forse, non aveva mai smesso di ritenere proprio. D’altro canto, la Procura di Bergamo, pur mantenendo il massimo riserbo, non ha escluso alcuna pista, concentrando le verifiche sulla dinamica materiale del furto e sulla valutazione delle impronte genetiche o dei reperti eventualmente lasciati sul posto. Il lavoro della scientifica, nella circostanza, è stato reso particolarmente complesso dallo stato di degrado in cui versava la salma e dalla brutalità dell’intervento, ma gli accertamenti sono in corso per tentare di tracciare un profilo dei responsabili.
Un giallo senza movente che tiene in sospeso la comunità valligiana
A Strozza e nei paesi limitrofi, l’eco della vicenda si è trasformata in un misto di sgomento e tensione. L’assenza di un movente chiaro, infatti, alimenta il senso di inquietudine: se si trattasse di un gesto folle ma isolato, si potrebbe archiviare come un episodio di aberrante follia; se invece, come sostiene Dolci, si fosse in presenza di un “disegno criminoso” più strutturato, allora il significato della profanazione cambierebbe radicalmente, diventando l’ultimo tassello di un mosaico criminale più ampio e inquietante. I carabinieri, delegati alle indagini, stanno raccogliendo gli elementi utili a incrociare la versione dell’ex fidanzato con le tracce materiali emerse dal cimitero. La lettera di Dolci, nel frattempo, è stata acquisita agli atti, non tanto come prova in sé, ma come elemento di valutazione circa lo stato d’animo e le conoscenze dell’uomo. In questo scenario, la vicenda di Pamela Genini – dalla morte avvenuta in circostanze oscure fino a questa profanazione – si conferma come uno dei casi più intricati e cupi della cronaca bergamasca, un caso in cui il confine tra il lutto privato e la dimensione giudiziaria si è definitivamente assottigliato, lasciando spazio solo a ipotesi e alla lenta attesa dei riscontri tecnici.




