Pamela Genini, l’ex Francesco Dolci si proclama “testimone chiave” dopo le nove ore in caserma: «La decapitazione? Una minaccia per farmi stare zitto»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si sono concluse oltre nove ore di audizione, un interrogatorio fiume che ha tenuto banco tra il pomeriggio di lunedì e la notte, nella caserma del Comando Provinciale dei Carabinieri di Bergamo, per Francesco Dolci e i suoi genitori. Convocati come persone informate sui fatti, i tre non risultano indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla profanazione della salma di Pamela Genini, la 29enne uccisa a Strozza lo scorso 14 ottobre. È stato proprio Dolci, ex fidanzato della vittima, a fornire agli inquirenti un racconto denso di particolari, articolando una difesa che trasforma la violenza subita dal Corpo della giovane in un presunto atto intimidatorio diretto a lui. «Ho raccontato tutto quello che sto subendo – ha dichiarato –. Sono episodi collegati anche alla decapitazione della salma».

L’atteggiamento di Francesco Dolci, che si è sempre presentato come il depositario dei segreti della ragazza, si è fatto ancora più perentorio al termine della lunga deposizione. «Io sono il testimone chiave del delitto», ha ripetuto, definendosi addirittura «la memoria vivente di Pamela». Nel suo racconto, la dinamica del femminicidio per cui è stato richiesto il giudizio immediato per l’ex compagno Gianluca Soncin (accusato di averla colpita con 76 coltellate), si intreccia a una realtà più oscura e indefinita. Dolci sostiene che la ragazza fosse stata coinvolta, suo malgrado, in un giro di riciclaggio di denaro con presunti contatti nell’Est Europa, una versione che al momento non trova riscontri ufficiali nel fascicolo d’indagine ma che lui dice di poter supportare con messaggi e conversazioni.

L’orrore al cimitero di Strozza e le 28 denunce per intimidazione

Il fulcro della deposizione, che ha visto impegnati i militari per l’intera serata, ha riguardato la scoperta della tomba profanata lo scorso 23 marzo. Fu durante la traslazione della salma nella tomba di famiglia, che emerse l’orrore: il era stato decapitato e la testa era stata portata via. Secondo Dolci, non si è trattato di un atto fine a sé stesso, bensì di un messaggio. «La decapitazione? È una delle tante minacce per farmi stare zitto – ha affermato –. Non è qualcosa che può fare una sola persona, servono mezzi e competenze». L’ex fidanzato ha inoltre dichiarato di aver notato anomalie sulla lapide provvisoria della giovane: osservando alcune fotografie scattate a distanza di tempo, sostiene che tra gennaio e febbraio qualcosa sia cambiato, in particolare la posizione di una vite, un dettaglio che lo avrebbe spinto a segnalazioni reiterate alle forze dell’ordine.

Nel tentativo di dimostrare il clima di tensione che lo circonda da mesi, l’imprenditore di Sant’Omobono ha parlato di un vero e proprio stillicidio criminale ai suoi danni. «Vivo nascosto, ho dovuto cambiare abitazione», ha spiegato, riferendo di aver presentato ben 28 denunce per episodi che spaziano dalle aggressioni fisiche (con tanto di referti medici esibiti) ai pedinamenti, fino a tentativi di intrusione domestica con l’uso di disturbatori di frequenza. Un quadro di vessazioni quotidiane che, se confermato dagli accertamenti dei carabinieri, offrirebbe un contesto inedito alla vicenda, spostando l’attenzione dalle dinamiche puramente sentimentali a possibili ritorsioni trasversali.

La posizione della famiglia della vittima e le perizie in corso

Mentre Francesco Dolci rilasciava la sua versione dei fatti, durata circa nove ore, l’avvocato della famiglia di Pamela Genini ha mantenuto una cautela di fondo rispetto alle piste avanzate dall’ex fidanzato. Sebbene gli inquirenti stiano vagliando ogni ipotesi, il legale del fratello della vittima ha escluso in via categorica la pista economica legata a presunti traffici internazionali, dichiarando che la famiglia non ha mai ricevuto minacce in tal senso né riconosce moventi di quella natura nell’esecuzione del femminicidio. Una presa di distanza netta che getta un’ombra di scetticismo sulla narrazione di Dolci, al momento ancora priva di prove materiali.

Sul fronte tecnico, l’inchiesta sulla profanazione affidata alla Procura di Bergamo procede su binari scientifici. I carabinieri del Ris e il laboratorio Labanof dell’Università di Milano sono al lavoro per estrarre eventuali tracce di Dna estraneo dalla salma e dal feretro, cercando di datare con precisione l’incursione nel camposanto. L’autopsia eseguita all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo rappresenta un tassello cruciale per capire se l’autore del gesto abbia agito per un preciso disegno criminale o se si sia trattato di un atto di follia, mentre l’ex fidanzato attende di vedere validate le sue dichiarazioni.

L’ossessione per i dettagli e il giallo della vite sulla lapide

A caratterizzare la deposizione di Francesco Dolci è stata un’attenzione quasi maniacale per i particolari della sepoltura, elementi che lui stesso ha documentato fotograficamente nel tempo. In un’intervista rilasciata al termine dell’audizione, ha ricostruito le sue visite alla tomba, sottolineando come inizialmente il luogo fosse “abbandonato” per poi riempirsi di oggetti e omaggi. Tuttavia, è stato il dettaglio della vite della lapide a far scattare l’allarme. «Tra il 13 gennaio e il 14 febbraio qualcosa è cambiato – ha spiegato –, una vite è in una posizione diversa. Devono avere agito in quel lasso di tempo». Questa scoperta, che lo ha portato a presentarsi più volte spontaneamente in caserma (anche durante le festività pasquali), rappresenta per Dolci la prova che qualcuno stava preparando il terreno per la macabra messa in scena.

Respingendo con forza le insinuazioni che vorrebbero lui stesso coinvolto nella profanazione, Dolci ha attribuito quelle voci a persone che avrebbe già querelato per altri reati. Nel suo ruolo di “testimone chiave”, si pone come l’unico baluardo in grado di collegare i punti tra l’omicidio di ottobre e la violazione della tomba di marzo. «Dal 14 ottobre sono schierato dalla parte della legge mentre altri sanno ma non parlano», ha concluso, lasciando agli investigatori il compito di separare la verità processuale dalle sue personalissime certezze.

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