Il giallo del telefono bianco e le chat cancellate: i carabinieri cercano il secondo cellulare di Francesco Dolci
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Redazione Interno
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Oltre alla testa della giovane Pamela Genini – la cui tomba, nel cimitero di Strozza, è stata violata lo scorso marzo con una macabra decapitazione del cadavere – a mancare all’appello nelle indagini coordinate dalla Procura di Bergamo c’è anche un oggetto ben più tecnologico, e forse altrettanto decisivo per le sorti dell’inchiesta. Si tratta di uno dei due telefoni cellulari in possesso di Francesco Dolci, l’imprenditore edile di 41 anni, ex fidanzato della vittima, che dal 6 maggio è ufficialmente indagato per vilipendio di cadavere e profanazione di sepolcro. Se un dispositivo, descritto come più moderno, è stato acquisito dagli inquirenti, dell’altro – un modello più vecchio e di colore bianco – si sono perse le tracce. I carabinieri, che hanno già setacciato le quattro proprietà riconducibili alla famiglia Dolci tra Sant’Omobono Terme e dintorni, sono ora alla sua ricerca convinta, perché ritengono che al suo interno siano custodite le chat intercorse tra l’indagato e la stessa Pamela Genini.
La versione di Dolci e il vuoto di memoria sul dispositivo
Interrogato in televisione, ai microfoni di "Dentro la Notizia" su Canale 5, Francesco Dolci ha provato a gettare luce sulla scomparsa del dispositivo con una dichiarazione che, anziché fugare i dubbi, li ha semmai addensati ulteriormente: "Non ricordo dov'è", avrebbe affermato, secondo quanto riferito dagli investigatori, mostrando un vuoto di memoria piuttosto sospetto vista la mole di informazioni sensibili che quel telefono potrebbe contenere. Lo stesso Dolci, che ha più volte ribadito la sua estraneità ai fatti ("Non ho paura di essere arrestato perché io non ho fatto niente", ha dichiarato in diretta), si trova ora in una posizione paradossale: da presunto testimone chiave della serata del femminicidio – fu lui, lo scorso ottobre, a chiamare la polizia mentre Pamela era al telefono con lui prima di essere uccisa dall’ex compagno Gianluca Soncin – l’uomo è diventato il baricentro di una vicenda dai contorni oscuri che mescola l’omicidio a inquietanti rituali funebri.
Il rebus della profanazione e le tracce nel cimitero
La tensione investigativa, in queste ore, è altissima. La scoperta della profanazione risale al 23 marzo, quando gli operai addetti alla traslazione della salma verso la tomba di famiglia si accorsero che il loculo era stato aperto e che il della 29enne era stato decapitato. Gli accertamenti successivi hanno rivelato un’opera certosina: chi ha agito ha utilizzato silicone e mastice per richiudere il feretro, tentando di cancellare le tracce di un’intrusione avvenuta probabilmente già nei primi giorni di novembre, subito dopo il funerale. Dolci, che nel frattempo si è costituito spontaneamente ai carabinieri per ottenere un confronto diretto con il pubblico ministero Giancarlo Mancusi, sostiene di essere vittima di un complotto ordito da terzi per "tappargli la bocca", facendo leva sulle presunte informazioni che avrebbe riguardo a loschi giri di riciclaggio frequentati dalla ragazza. Una pista, quest’ultima, che il pm non ha mai formalizzato e che sembra essersi indebolita con il progredire delle verifiche.
Perquisizioni e strategia difensiva




