Il telefono bianco di Dolci ricompare e finisce in questura: l’impresario consegna il vecchio cellulare ai pm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quando i carabinieri del Nucleo investigativo avevano varcato la soglia della sua abitazione a Sant’Omobono Terme, nella serata del 6 maggio scorso, della seconda memoria digitale – quel vecchio cellulare bianco che Francesco Dolci avrebbe potuto consegnare spontaneamente – non c’era nemmeno l’ombra. Gli inquirenti, pur avendo setacciato ogni anfratto della proprietà dell’indagato per vilipendio di cadavere, dovettero archiviare la ricerca di quel dispositivo specifico, limitandosi a sigillare quanto reperito in loco.

L’impresario, che già allora aveva cominciato a fornire la propria versione dei fatti nelle varie trasmissioni di approfondimento giudiziario, sosteneva che il telefono in questione contenesse un tesoro di informazioni delicate: le chat intercorse con Pamela Genini, un fitto scambio di messaggi nel quale, a suo dire, sarebbero spuntati i nomi dei soggetti coinvolti in un presunto giro di riciclaggio e persino i mandanti della successiva profanazione della tomba della giovane.

Le sue dichiarazioni, costellate da dettagli su presunte minacce e complotti, sembravano però destinare quel reperto a rimanere per sempre nell’ombra, quasi un oggetto mitologico più che una prova fisica.

Il ritorno improvviso e la consegna in via Freguglia

Dopo settimane di silenzio e di stallo investigativo, il telefono ha però fatto la sua ricomparsa nella maniera più inaspettata. A differenza di quanto preventivabile – ovvero la consegna ai carabinieri di Bergamo, competenti per territorio sulle indagini relative alla profanazione – è stato lo stesso Francesco Dolci a presentarsi spontaneamente agli agenti della squadra Mobile di Milano, depositando l’apparecchio nella questura del capoluogo lombardo.

È accaduto nella giornata di sabato 5 giugno: gli operatori della polizia giudiziaria, venuti a conoscenza di un decreto di sequestro preventivo emesso già a maggio dal pubblico ministero Giancarlo Mancusi (il magistrato che coordina il fascicolo sulla profanazione), hanno provveduto ad acquisire formalmente il dispositivo.

Da quel momento, il telefono è stato messo a disposizione dell’autorità giudiziaria bergamasca, sebbene l’iter procedurale – lo si apprende dalle fonti investigative – presenti una peculiarità non trascurabile: il sequestro è stato operato a Milano, lontano dal teatro principale della contestazione.

Le chat, le rivelazioni televisive e il nodo della posizione processuale

L’attenzione degli investigatori si è subito concentrata sul contenuto di quella memoria digitale. Perché il telefono bianco, stando alle ricostruzioni fornite dallo stesso Dolci nel corso della trasmissione televisiva «Dentro la Notizia», conservava al suo interno i dialoghi con Pamela Genini; messaggi che l’impresario descrive come fondamentali per far luce su un presunto allontanamento della ragazza da un giro criminale legato al riciclaggio di denaro, pista che però la Procura non ha mai formalmente validato o inserito nei capi d’imputazione.

«Non l’avevo nascosto – avrebbe dichiarato l’indagato a microfono acceso –, ero preoccupato che queste informazioni potessero finire nelle mani della difesa di Gianluca Soncin, l’ex fidanzato della vittima attualmente sotto processo per l’omicidio». La sua difesa, affidata alle avvocate Eleonora Prandi e Isabella Colombo, aveva già tentato in passato di ottenere un incidente probatorio sull’acquisizione dei dati digitali, ma la richiesta era stata respinta dal giudice per le indagini preliminari.

Ora, con il teleppo finalmente agli atti, i Ris dovranno procedere alle analisi forensi, che includeranno anche il confronto con gli altri due dispositivi già sequestrati nella sua abitazione.

Il contesto giudiziario: dalla profanazione alla richiesta di parte civile respinta

Questo sviluppo procedurale si inserisce in una fase giudiziaria già particolarmente complessa per Francesco Dolci. Mentre da un lato si attende l’esito delle verifiche tecniche sul cellulare bianco, dall’altro la sua posizione all’interno del processo per l’omicidio di Pamela Genini si è ulteriormente indebolita.

La Corte d’Assise di Milano, nella prima udienza dello scorso giovedì, ha infatti respinto la sua richiesta di costituirsi parte civile contro Gianluca Soncin; una bocciatura motivata, come si legge negli atti, dalla presenza a suo carico dell’inchiesta bergamasca per vilipendio di cadavere e dalla valutazione, espressa anche dal pubblico ministero, che il legame con la vittima non fosse sufficientemente stabile per giustificare l’interesse risarcitorio.

Dolci ha commentato la decisione con toni aspri, sostenendo di essere stato «attaccato ingiustamente dalla famiglia di Pamela» e ribadendo di essere stato «l’unico a cercare di salvarla». La madre della ragazza, tramite il proprio legale, ha invece parlato di «ossessione» definendo l’impresario uno «stalker in vita e dopo la morte».

L’inchiesta sulla tomba e il coltello spedito ai Ris

Nonostante il clamore suscitato dalla ricomparsa della memoria digitale, il cuore dell’inchiesta a carico di Dolci rimane la profanazione della tomba avvenuta nel cimitero di Strozza, un episodio risalente agli ultimi mesi del 2025 in cui la salma della giovane è stata decapitata (il teschio non è stato ancora recuperato). Durante la perquisizione del 6 maggio, oltre ai telefonini, era stato trovato e sequestrato un coltello di grosse dimensioni nella proprietà dell’impresario.

Lui ha sempre negato che l’arma gli appartenesse, ma l’oggetto è stato comunque inviato ai laboratori del Raccolta Investigazioni Scientifiche (Ris) per accertamenti, in attesa di capire se possa avere una qualche correlazione con le lesioni riscontrate sul corpo della vittima o con il danneggiamento del loculo. Le autorità, dunque, mantengono aperto il ventaglio delle verifiche: da un lato la prova fisica rappresentata dalla lama, dall’altro l’evidenza digitale custodita nel telefono che, finalmente, ha rotto il suo silenzio.

In attesa degli esiti della discovery forense, previsti nei prossimi giorni, l’unica certezza è che il mosaico processuale si è arricchito di un tassello che, sino a poco tempo fa, sembrava perduto per sempre.

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