La profanazione della tomba di Pamela Genini: l’ex fidanzato Francesco Dolci indagato per vilipendio, mentre cerca una verità parallela fatta di complotti
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Redazione Interno
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Bergamo. La vicenda, già segnata dall’efferatezza dell’omicidio della giovane Pamela Genini, assume una piega ancora più torbida con la formalizzazione dell’iscrizione nel registro degli indagati di Francesco Dolci, l’ex fidanzato della vittima. Quarantuno anni, impresario edile di Sant’Omobono Terme, Dolci si trova ora a rispondere – stando a quanto accertato dalla Procura di Bergamo e dal lavoro dei carabinieri del comando provinciale – delle gravi accuse di vilipendio di cadavere e furto. Quest’ultimo relativo alla sottrazione della testa della 29enne, un macabro trofeo che gli inquirenti hanno cercato a lungo, invano, nella sua abitazione e in quella dei genitori, entrambe sottoposte a una perquisizione serrata subito dopo il lunghissimo interrogatorio di mercoledì scorso. L’indagine, che affonda le radici nel dolore e nello sconcerto della comunità (seppur questo aspetto vada qui solo accennato), si concentra sulla profanazione avvenuta nel cimitero di Strozza, dove la salma era custodita dopo l’omicidio per mano di Gianluca Soncin, l’ex compagno della modella che l’ha uccisa con decine di coltellate un anno fa.
La convocazione in caserma e la strategia difensiva del “complotto”
Ad attenderlo all’interno della caserma di Circonvallazione delle Valli non c’erano soltanto i militari del nucleo investigativo, ma anche il pubblico ministero Giancarlo Mancusi e la sua legale, l’avvocata Eleonora Prandi. Dolci, che da mesi si presentava come una sorta di detective fai-da-te determinato a consegnare alla giustizia i presunti mandanti del giro di riciclaggio in cui sosteneva fosse invischiata Pamela, ha trascorso almeno sette ore a rispondere alle domande degli inquirenti. Erano molteplici le incongruenze che gli agenti intendevano chiarire, a partire dalle famigerate otto fotografie scattate dallo stesso Dolci tra il 7 novembre e il 23 marzo, immagini che immortalavano la lapide provvisoria e, a suo dire, avrebbero dovuto provare le manomissioni subite dal loculo ben prima della scoperta ufficiale.
Nel farlo, però, Dolci non ha mai abbandonato la narrativa che lo ha accompagnato nelle sue apparizioni pubbliche negli ultimi mesi, quella di una verità occulta e di un’esecuzione orchestrata per metterlo a tacere. "Mi vogliono tappare la bocca", ha dichiarato uscendo dal lungo interrogatorio, ribadendo una versione che lo vede come un testimone scomodo – in possesso di informazioni decisive su un giro di riciclaggio internazionale – trasformato improvvisamente in indagato per fermare le sue rivelazioni. Una tesi, quella del "complotto", che per gli inquirenti inizia però a mostrare diverse crepe operative, come la contraddizione logica relativa ai tempi della profanazione: il gesto macabro risalirebbe ai primi di novembre, subito dopo il funerale, un’epoca in cui i conti della vittima erano già sotto sequestro e ancor prima che Dolci iniziasse a parlare pubblicamente di riciclaggio.
Il gesto e la scena del crimine nella cappella funeraria
Analizzando la dinamica, emergono particolari che inchiodano il profanatore a una metodica certosina, assolutamente distante dalla violenza impulsiva che si potrebbe immaginare. Chi ha agito, infatti, non si è limitato a forzare la sepoltura. Ha svitato con pazienza la lastra di plastica provvisoria, ha rimosso con cura la schiuma espansa utilizzata per sigillare l’interno e, una volta aperta la bara di zinco, ha eseguito un taglio netto e preciso alla base del collo della salma, portando via la testa. Subito dopo, forse per guadagnare tempo prezioso prima che il furto venisse scoperto, il responsabile ha rimontato il tutto, utilizzando silicone e mastice per sigillare nuovamente il feretro, un tentativo di occultamento che rivela una freddezza esecutiva notevole. La scoperta, avvenuta il 23 marzo durante le operazioni di traslazione verso la tomba di famiglia, gettò la famiglia e gli investigatori in una nuova, atroce, agonia: dove fossero finite le spoglie della ragazza era un mistero che Dolci, da semplice persona informata sui fatti, commentava con un’enfasi che molti interpretavano come eccessiva.
Le immagini delle telecamere e il “vuoto di memoria” nella notte
Uno degli elementi più pesanti nel calderone degli indizi – che ha spinto il pm Mancusi a procedere con l’iscrizione – riguarda la ormai famosa traccia biancastra nell’angolo inferiore del loculo, compatibile con l’uso di mastice fresco. Ma non solo questo. I sistemi di videosorveglianza, sebbene parzialmente carenti, hanno immortalato una sagoma umana aggirarsi nei dintorni del cimitero di Strozza in una notte particolare, quella di metà marzo (tra il 16 e il 18), quando l’area cimiteriale era chiusa al pubblico per consentire lavori di estumulazione. Le analisi effettuate dai carabinieri, sebbene non abbiano ancora prodotto una certezza assoluta (lasciando un margine di dubbio tecnico), hanno portato a sostenere che quell’ombra appartenga "al 90%" a Francesco Dolci. Interrogato su quell’orario e su quella data, l’impresario edile ha risposto con un'incertezza definita "buco nero", dichiarando di non ricordare dove si trovasse esattamente in quelle ore cruciali, una circostanza che ha alzato ulteriormente il livello di attenzione intorno alla sua figura.
La perquisizione e le reazioni immediate dell’indagato
Al termine del marathon in caserma, gli accertamenti si sono spostati immediatamente sulla sua proprietà a Mazzoleni, frazione di Sant’Omobono Terme. Qui gli uomini dell’Arma hanno battuto palmo a palmo la sua villa, ispezionato anfratti e cantine, addirittura sollevato alcune botole (delle quali lo stesso Dolci aveva parlato in passato, sostenendo di avervi trovato un capello della vittima), alla spasmodica ricerca della testa della ventinovenne, ma anche degli strumenti del delitto: il flessibile usato per tagliare il metallo, il mastice e il silicone avanzato dalla sigillatura. Al momento, le ricerche non hanno dato esito, anche se la Procura non ha escluso accertamenti più approfonditi. Sulla porta di casa, circondato dai media, mentre la madre urlava la sua innocenza cercando riparo in un furgone, Dolci ha continuato a ripetere la sua litania: "Non ho fatto niente, non faccio cose del genere". La sua difesa si regge ancora sulla convinzione di essere vittima di un depistaggio, una strategia che però appare sempre più isolata, mentre gli inquirenti consolidano il quadro indiziario sulla profanazione del di una donna che, anche nella morte, non trova pace.




