Il giallo di Pamela Genini, l’ex Dolci deposita una memoria in procura: «Per fare luce sulla tomba profanata»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono passati mesi, forse troppi per chi ancora attende risposte, ma il vento dell’inchiesta sulla profanazione della tomba di Pamela Genini ha ripreso a soffiare in direzione di Bergamo. Lunedì 27 aprile, Francesco Dolci – che della giovane uccisa era stato un tempo il compagno, prima che la relazione finisse e poi si trasformasse in un dolore giudiziario parallelo – si è presentato spontaneamente in procura. Non era solo: al suo fianco l’avvocata Eleonora Prandi, e con sé portava una memoria, una di quelle che in certi casi vengono definite “spontanee” ma che, a ben vedere, nascondono sempre una strategia, una speranza o forse un bisogno di rompere un silenzio. L’oggetto di quella memoria, ha spiegato Dolci, è un elenco di persone: tutte quelle che, a vario titolo, avevano incrociato la vita, i giorni o anche solo le abitudini di Pamela prima che la sua esistenza venisse spezzata da settantasei coltellate, un numero che ancora oggi pesa come una scure nella cronaca milanese del 2025.

Un cimitero di provincia, una notte, un gesto inspiegabile

A innescare la nuova fase delle indagini non è stato però l’omicidio, ormai judicato con la condanna dell’ex compagno Gianluca Soncin, bensì l’atto crudele e assurdo che lo ha seguito: qualcuno, sotto il manto scuro della notte, si è intrufolato nel piccolo cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo. Ha aperto la tomba della ventinovenne – un’operazione che richiede tempo, forza e una certa conoscenza dei luoghi – e ne ha asportato la testa. Un vilipendio che ha trasformato un luogo di lutto in una scena del crimine, e che ha costretto gli inquirenti a riaprire i fascicoli, a riascoltare testimoni, a chiedersi non solo “chi”, ma anche “perché”. È qui che si inserisce la mossa di Francesco Dolci: la sua memoria, ha dichiarato, servirà a “far luce” su quanto accaduto, come se volesse consegnare agli investigatori una mappa, o forse un promemoria, di rapporti, frequentazioni e attriti che nessuno aveva ancora messo nero su bianco.

Scarpetta rossa e il ponte mai riuscito tra famiglia e Dolci

Intorno a questo caso, che mescola cronaca nera e giallo giudiziario, si è mossa anche l’associazione milanese Scarpetta Rossa, rappresentata da Gualtiero Nicolini – il nome, nei resoconti, viene talvolta riportato come Nicoli, un’oscillazione che dice molto della confusione che avvolge ancora i fatti. Nicolini ha accompagnato a Bergamo Elisa Bartolotti, una delle amiche di Pamela, sentita a sua volta dai carabinieri. «Provai a fare da ponte tra la famiglia e Francesco Dolci – ha raccontato – ma non ci sono riuscito». Un tentativo di mediazione, quindi, fallito prima ancora di decollare, e che ora assume contorni diversi: perché dopo la profanazione, dopo la memoria depositata, Dolci è stato risentito, e a quel primo approccio fallito è seguito qualcosa di più simile a un ascolto. «Abbiamo dato supporto psicologico anche a Francesco Dolci – precisa Nicolini – poi l’abbiamo risentito dopo questa ulteriore tragedia». Una tragedia nella tragedia, insomma, che ha riportato sotto i riflettori un uomo che, pur non essendo l’assassino di Pamela, si ritrova suo malgrado al centro di una scena che non ha scelto.

Nomi, memorie e indagini che restano aperte

Quell’elenco di nomi consegnato in procura è ora nelle mani dei magistrati bergamaschi, che indagano ancora con il massimo riserbo. Non si conosce il contenuto esatto della memoria, né quali persone vi siano citate: si parla genericamente di chi “aveva avuto a che fare” con Pamela Genini, una formula che può includere amici, conoscenti, vicini, ex colleghi o semplici frequentatori dei suoi stessi luoghi. Quel che è certo è che Francesco Dolci non è un estraneo a questa storia: fu lui, già dopo l’omicidio del 2025, a trovarsi sotto la luce dei riflettori, e ora la sua decisione di presentarsi spontaneamente in Procura – accompagnato, si noti, dalla sua legale – suggerisce una volontà di collaborazione, o forse una necessità di mettere dei paletti tra sé e un’indagine che potrebbe allargarsi. Le prossime settimane, dicono gli addetti ai lavori, saranno cruciali per capire se quella memoria aprirà nuove piste o se resterà, come altri atti in questo lungo e tormentato giallo, una traccia destinata a non diventare mai colpa.

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