La profanazione della tomba di Pamela Genini e il giallo del capello biondo: l’ipotesi del “mano armata” di complici

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non una mano sola, quasi certamente, a consumare lo scempio sulla tomba di Pamela Genini. A sostenerlo – con una sicurezza che rasenta la certezza – è l’operaio delle pompe funebri che per primo, lo scorso 23 marzo, si imbatté nel feretro violato all’interno del cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo. Fu lui, davanti alle telecamere di “Mattino Cinque”, a ricostruire i dettagli di quel macabro ritrovamento, soffermandosi su un particolare che, a suo dire, tradisce l’opera di più individui: il silicone impiegato per sigillare la bara. Una sostanza, quella usata per bloccare i cattivi odori e garantire l’ermeticità della sepoltura, che richiederebbe una certa familiarità con i materiali e, soprattutto, una forza fisica non indifferente per essere rimossa. L’operaio, insomma, non ha dubbi: aprirla in quel modo, e per giunta asportare la testa della giovane uccisa dal compagno Gianluca Soncin, è un’impresa che difficilmente un singolo avrebbe potuto compiere da solo.

Il sopralluogo in casa Dolci e il ritrovamento dell’inviato

E proprio mentre si infittiscono i dubbi sulla dinamica della profanazione – un’indagine che i carabinieri di Bergamo stanno seguendo con attenzione –, ecco spuntare un nuovo elemento, a quasi un mese di distanza, dall’abitazione di Francesco Dolci, l’ex fidanzato della vittima. Stavolta il protagonista non è un operatore funebre, bensì l’inviato di “Chi l’ha visto?”, il quale, ispezionando l’ingresso della casa di Dolci a Sant’Omobono Terme, si è imbattuto in un capello biondo e lungo, intrappolato in una ragnatela nei pressi di una botola. Senza esitazione, il giornalista ha contattato i carabinieri che, nel primo pomeriggio del 23 aprile, hanno effettuato un sopralluogo andato in diretta su Rai 2. Il capello, va detto, verrà repertato e sottoposto a eventuali accertamenti; allo stato attuale, però, fonti investigative confidano che questo ritrovamento, per quanto suggestivo, non rappresenti alcun elemento decisivo o “spostante” per le indagini in corso.

Le 12 ore di audizione e la spiegazione “naturale” dell’imprenditore

Francesco Dolci, da parte sua, ha già avuto modo di confrontarsi a lungo con gli inquirenti. Lo scorso 14 aprile, lui insieme ai genitori, è stato ascoltato per dodici ore – in qualità di testimone – dal comando provinciale dei carabinieri di Bergamo, proprio in relazione alla vicenda della tomba violata. Un interrogatorio fiume, dal quale non sono però trapelati particolari ribaltamenti. Sulla questione del capello ritrovato nella sua abitazione, Dolci è stato altrettanto chiaro: “Lei viveva in questa casa”, avrebbe spiegato l’imprenditore, riferendosi a Pamela, aggiungendo che la presenza di un suo capello, in un contesto domestico che la vedeva presente, sarebbe più che “naturale”. Una linea difensiva che, almeno per il momento, regge senza ammissioni di responsabilità né coinvolgimenti nella profanazione.

Il nodo degli sviluppi giudiziari tra Bergamo, Milano e Pavia

Il quadro investigativo, in questo frangente, si articola su più piani. Da un lato, la procura di Bergamo segue il filone della profanazione di cadavere – un reato che, se commesso da più persone, comporterebbe un’aggravante non trascurabile – e sta vagliando i riscontri sulla testimonianza dell’operaio. Dall’altro lato, non si interrompe la scia di ricadute legate all’omicidio di Pamela Genini, uccisa a Milano il 14 ottobre del 2025 da Gianluca Soncin. Tanto che, a dimostrazione della complessità del sistema giudiziario, sull’asse Milano-Pavia si è registrato di recente un incontro tra procure, nel contesto del caso Garlasco e di un esposto presentato con file audio che – secondo chi li ha depositati – proverebbero un presunto depistaggio delle indagini. Un groviglio, insomma, nel quale il capello biondo di Sant’Omobono Terme rischia di essere solo un’ombra tra molte, mentre gli investigatori continuano a cercare risposte concrete sulla mano (o sulle mani) che hanno profanato il silenzio di una tomba.

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