Pamela Genini, il lungo interrogatorio dell’ex fidanzato Francesco Dolci tra traffici internazionali e la profanazione della tomba
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Bergamo. Non si placa l’onda d’urto generata dall’intreccio tra il femminicidio di Pamela Genini e la successiva, macabra profanazione del suo feretro, un caso che ha costretto gli inquirenti a scavare in due direzioni solo apparentemente distanti. Mentre la procura di Milano formalizzava la richiesta di giudizio immediato per Gianluca Soncin, l’uomo accusato di aver ucciso la 29enne a coltellate – un rito che, se accolto, porterebbe l’imputato direttamente in Corte d’Assise scavalcando l’udienza preliminare –, i carabinieri del comando provinciale di Bergamo procedevano su un altro fronte, altrettanto inquietante. È qui che si inserisce la figura di Francesco Dolci, ex fidanzato della modella e ultimo testimone della sua vita prima del tragico epilogo, il quale ha deciso di rompere il silenzio dopo essere stato sottoposto, insieme ai genitori, a un interrogatorio della durata di dodici ore.
Le ore in caserma e la versione dell’ex fidanzato
Convocato ufficialmente per rendere sommarie informazioni testimoniali, Dolci ha varcato la soglia della caserma di via delle Valli nel pomeriggio di lunedì 13 aprile, senza lasciarla se non a notte fonda. La sua posizione, lo ha ribadito lui stesso ai microfoni della trasmissione “Ore 14” su Rai 2, resta quella di una persona informata sui fatti, non di un indagato; lo testimoniano, a suo dire, la durata stessa del confronto e la presenza, nel pool degli inquirenti, di uno psicologo dei carabinieri, figura solitamente impiegata per coadiuvare vittime o testimoni particolarmente esposti. Dolci ha raccontato di essersi messo a disposizione perché si considera “l’ultima memoria vivente della vita di Pamela”, aggiungendo che molti dei suoi conoscenti avrebbero paura a parlare. Nel corso del lungo verbale, gli investigatori hanno eseguito una copia forense delle fotografie scattate dall’uomo alla lapide della ragazza – scatti che lui stesso aveva già trasmesso a un altro magistrato che si occupa del femminicidio –, mentre l’attenzione si è concentrata sulle persone che gravitavano attorno alla vittima.
Il giallo della decapitazione e le piste investigative
Ciò che rende questo episodio processuale una tessera fondamentale del mosaico è la sua collocazione temporale: un giorno prima della richiesta di giudizio immediato per Soncin, l’assassino confesso di Pamela. Sotto la lente non c’è più solo l’omicidio, ma la misteriosa incursione notturna al cimitero di Rota Imagna, dove un individuo – o più individui – ha estratto il feretro, lo ha violato e ha decapitato il cadavere, asportandone la testa. Un’azione che richiede forza fisica e conoscenza del luogo, ma che lascia aperti numerosi interrogativi. Fin dall’inizio della vicenda, Francesco Dolci aveva accennato a storie complesse, parlando di un coinvolgimento della ragazza in traffici illeciti internazionali – una sorta di copertura per viaggi nell’Est Europa legati a presunti giri di riciclaggio –, sostenendo che la profanazione potesse essere un messaggio intimidatorio per chi, come lui, conosceva quei retroscena. Eppure, nonostante le molte ore passate a deporre, nessuna delle informazioni fornite dall’ex fidanzato si sarebbe rivelata, almeno per ora, decisiva per risolvere l’enigma della testa trafugata.
Un’indagine a doppio binario tra silenzi e reperti biologici
Mentre i legali della famiglia di Pamela – che escludono con decisione la pista economica e parlano piuttosto di una “mente disturbata” o di dinamiche ossessive – attendono gli esiti delle analisi affidate al Ris e al laboratorio Labanof di Milano, l’inchiesta procede senza indagati formali per la profanazione. Il confronto con Dolci e i suoi genitori, sebbene non abbia prodotto una svolta immediata, ha consentito agli inquirenti di verificare al setaccio le dichiarazioni rese dall’uomo nei mesi precedenti, quelle stesse dichiarazioni in cui aveva paventato l’esistenza di nemici invisibili. Nel frattempo, la procura di Milano ha chiuso il cerchio sul versante giudiziario del delitto, chiedendo il giudizio immediato per Soncin – un passaggio che comprime i tempi processuali – con le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della crudeltà. Sullo sfondo, il della giovane attende ancora di ricomporre i suoi resti, mentre gli investigatori continuano a setacciare i filmati delle telecamere e a cercare eventuali tracce genetiche lasciate dai profanatori. Un caso che, di fatto, si è trasformato in una corsa contro il tempo e contro l’oblio della memoria.




