Profanata la tomba di Pamela Genini, la furia macabra che non dà tregua alla vittima di femminicidio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A distanza di mesi dal delitto, l’orrore si riproduce in una forma ancora più oscura. Pamela Genini, la modella di 29 anni uccisa lo scorso ottobre con oltre trenta coltellate dall’ex compagno Gianluca Soncin, ha subito una nuova, atroce violenza: quella consumata dentro il cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo, dove il suo Corpo riposava in una bara bianca. La scoperta, avvenuta nei giorni scorsi, ha restituito l’immagine di uno scenario che gli inquirenti stanno ancora cercando di ricomporre nei minimi dettagli: il feretro profanato, il cadavere mutilato con la testa amputata e sottratta. Una dinamica che, per l’avvocato Nicodemo Gentile – portavoce della madre della vittima, la signora Una – si configura come “uno scempio disumano”, una violenza postuma che cancella persino l’illusione di un ultimo rifugio inviolabile.

La riapertura di un dolore che sembrava consegnato alla sepoltura

La procura di Bergamo ha aperto un fascicolo per vilipendio di cadavere e furto, procedendo a carico di ignoti mentre gli accertamenti tecnici sulla salma – ora posta sotto sequestro – proseguono per stabilire con esattezza le modalità con cui l’autore (o gli autori) del gesto ha agito. Il luogo, un cimitero di paese nella Bergamasca, suggerisce una conoscenza dell’area e forse una pianificazione, ma gli investigatori mantengono un profilo prudenziale: al momento nessuna pista viene esclusa, ma alcune, avanzate nelle prime ore, appaiono già ridimensionate. L’ipotesi di un blitz compiuto da un gruppo, ad esempio, cede il passo a valutazioni più centrate sulla natura stessa dell’atto, definito dal legale della famiglia come un’azione riconducibile a “dinamiche di possesso deviate, pensieri disturbati e ossessivi”. È il profilo di una mente pericolosa, quella che non si accontenta di aver tolto la vita ma pretende di possedere la persona anche dopo la morte, riducendola a un feticcio.

L’esclusione della pista estorsiva e l’ipotesi del feticcio

Tra le prime verifiche, gli inquirenti hanno escluso la pista del ricatto. Nessuna richiesta di denaro è emersa né risultano contatti tra i presunti responsabili e la cerchia familiare della vittima, circostanza che avrebbe potuto orientare diversamente le indagini. L’assenza di una richiesta economica sposta il baricentro investigativo verso una dimensione psicopatologica: il furto del cranio – elemento che distingue questa profanazione da altre casistiche – appare orientato a un possesso simbolico e materiale, un gesto che trasforma il cadavere in un oggetto da conservare. Le parole dell’avvocato Gentile, nel riferire il dolore della madre, hanno tracciato con forza questo crinale: “Nemmeno la morte le ha concesso pace”, ha detto, sottolineando come qualcuno abbia violato l’ultimo spazio che la figlia aveva trovato dopo essere stata uccisa da chi diceva di amarla.

Il doppio filo con il femminicidio e gli sviluppi in procura

L’intera vicenda si innesta su un antecedente già di per sé segnato da una violenza estrema. L’omicidio di Pamela Genini, avvenuto in un appartamento di Milano, era stato caratterizzato da un accanimento che gli inquirenti avevano già interpretato come espressione di un legame tossico e possessivo. Ora, con la profanazione, quel legame sembra proiettarsi oltre la morte, assumendo i tratti di una continuità nell’orrore che la magistratura sta cercando di decifrare attraverso gli strumenti della scienza investigativa. I carabinieri, coordinati dalla procura bergamasca, stanno setacciando le immagini delle telecamere di sorveglianza presenti nei dintorni del cimitero e raccogliendo testimonianze nella piccola comunità di Strozza, dove il gesto ha rotto un silenzio che difficilmente potrà essere ricomposto in breve tempo. L’attenzione si concentra ora sull’analisi dei reperti e sulla possibilità che il cranio sottratto possa essere ritrovato, circostanza che fornirebbe elementi decisivi per risalire all’autore.

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