La tomba di Pamela Genini profanata e la caccia alle tracce biologiche tra pollini, metalli e Dna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda giudiziaria legata alla morte di Pamela Genini, la ventinovenne uccisa a Milano dall’ex compagno nell’ottobre scorso, si è arricchita di un capitolo tanto macabro quanto tecnicamente complesso. Non c’è pace, nemmeno dopo la sepoltura, per il della ragazza: la sua tomba, situata nel cimitero di Strozza, in provincia di Bergamo, è stata violata da mani ignote che ne hanno asportato la testa, lasciando invece un alone di interrogativi che solo la scienza potrà forse dissipare. L’attenzione degli inquirenti, guidati dal pm Giancarlo Mancusi, si è così spostata dagli aspetti più crudi del gesto – una decapitazione post mortem – alla meticolosa analisi dei reperti biologici e ambientali raccolti sul feretro e sui resti della vittima.

L’autopsia all’ospedale Papa Giovanni e il ruolo dei consulenti

Mercoledì 8 aprile, per circa tre ore, la camera mortuaria dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è diventata il centro nevralgico di un’indagine che mescola medicina legale, antropologia e botanica forense. Il medico legale Matteo Marchesi – professionista in forza alla stessa struttura ospedaliera – e l’antropologo forense Marco Cummaudo, nominato dal pm e afferente al Labanof dell’Università di Milano (il laboratorio diretto da Cristina Cattaneo), hanno lavorato fianco a fianco con Antonello Cirnelli, il consulente scelto dalla famiglia della giovane. Il loro compito non era limitato all’esame del già esanime, ma si estendeva a ogni centimetro della bara profanata: legni, tessuti interni, persino le minuscole tracce lasciate da chi, nel cuore della notte, ha infranto il silenzio del cimitero.

Pollini, muffe e residui metallici: una scena del crimine verticale

L’elemento che più distingue questa fase investigativa dalle ordinarie autopsie è la ricerca di indicatori cosiddetti “passivi”, capaci cioè di raccontare il movimento del profanatore attraverso frammenti quasi invisibili. I pollini, ad esempio – trasportati dall’aria o rimasti attaccati agli abiti – potrebbero rivelare un ambiente specifico; le muffe, la data approssimativa della violazione; i residui metallici, il tipo di attrezzo usato per forzare il loculo e compiere il taglio. Tutti questi campioni sono stati prelevati mercoledì durante il lungo esame, e ora attendono di essere spediti ai carabinieri del Ris di Parma e al Labanof milanese per l’estrazione del Dna. Il confronto con il codice genetico della stessa Pamela Genini – già noto agli atti – servirà a distinguere ciò che apparteneva alla vittima da ciò che è stato introdotto dall’esterno.

Il giallo del velo ripiegato e delle candele lasciate sul feretro

Un particolare, emerso nei primi sopralluoghi dei carabinieri, ha fin da subito incuriosito gli investigatori: il velo che ricopriva il volto della defunta è stato trovato ripiegato con cura e abbandonato all’interno del loculo, quasi a suggerire un gesto non solo violento ma anche rituale o, quantomeno, non casuale. Nelle notti successive alla profanazione, inoltre, sono state notate candele lasciate accanto al feretro: un dettaglio che, incrociato con i risultati delle analisi sui residui di cera, potrebbe offrire un ulteriore tassello. Al momento, però, non vi è alcuna certezza sulla relazione tra questi oggetti e l’autore della decapitazione. Gli esami in corso cercheranno di stabilire se i resti della testa – ancora dispersi – siano stati asportati con un’arma da taglio comune o con uno strumento specifico, e in quale arco temporale rispetto alla sepoltura sia avvenuta la mutilazione.

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