Andrea Scanzi chiede 2.500 euro a un pensionato per un commento social: la linea dura del giornalista contro gli haters

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Può sembrare un atto dovuto, quasi una scaramuccia da bar, quella che vede contrapposti un noto opinionista televisivo e un anziano di 76 anni residente a Salgareda, in provincia di Treviso. Eppure, al di là dell’apparente sproporzione numerica tra le parti in causa, il caso solleva una questione di fondo che riguarda i limiti del garantismo digitale: fino a dove ci si può spingere, dietro la tastiera di un computer, senza incorrere in conseguenze tangibili? A porre un freno netto a questa deriva ci ha pensato Andrea Scanzi, firma de «Il Fatto Quotidiano» e volto noto delle trasmissioni di La7, il quale, stanco di subire insulti reiterati – un fardello, questo, che chiunque abbia una parvenza di notorietà conosce bene – ha deciso di imbracciare le armi legali. L’episodio specifico, che ora rischia di trasformarsi in un vero e proprio precedente giudiziario, è nato in un contesto apparentemente innocuo come i commenti al post di un programma televisivo.

La scintilla sotto il post: quando un commento diventa un reato

Tutto è iniziato, come spesso accade nell’era della comunicazione liquida, da un semplice messaggio pubblicato su Facebook. L’oggetto del contendere era l’annuncio della partecipazione di Scanzi alla trasmissione “In altre parole”, in onda sulla rete La7. In quel calderone di reazioni che è la sezione commenti, tra apprezzamenti e critiche, spiccava l’intervento del 76enne trevigiano: un epiteto tranciante e volgare che, a detta del giornalista, avrebbe varcato la sottile linea rossa che separa la critica legittima dalla diffamazione aggravata. Non si trattava di una disamina approfondita del pensiero dell’opinionista, bensì di un insulto secco, diretto e reso ancor più pesante dalla visibilità che i social network garantiscono.

La replica di Scanzi, in questo senso, non si è fatta attendere. Assistito dall’avvocato Silvia Biondi, ha inviato una raccomandata a.r. al domicilio del pensionato, una missiva dal contenuto gelido che quantificava il danno subìto: 2.500 euro. La richiesta, come si legge negli atti, non si limitava all’aspetto economico ma imponeva anche la rimozione immediata del commento e, aspetto quest’ultimo tutt’altro che secondario, la pubblicazione di scuse formali. Per l’anziano, un uomo comune che probabilmente aveva scritto quella frase di getto mentre seguiva la televisione, l’incubo burocratico è scattato all’improvviso, dimostrando come la rete non sia affatto una terra senza legge.

La strategia giudiziaria e il muro di gomma del pensionato

L’avvocato del 76enne, Mauro De Lucca, ha però prontamente respinto al mittente le accuse, gettando le basi per una battaglia legale che si preannuncia complessa. La difesa dell’anziano si basa su un principio cardine del nostro ordinamento: la libertà di manifestazione del pensiero, sancita dall’articolo 21 della Costituzione, e il “diritto di critica”. Secondo il legale, il suo assistito non farebbe altro che esercitare un diritto, seppur in maniera certamente colorita e volgare, esprimendo un dissenso nei confronti di una figura pubblica come Scanzi, la quale, per la sua stessa professione, è esposta a un vaglio più severo dell’opinione pubblica.

Dal canto suo, lo studio legale del giornalista ha già controbattuto, sostenendo che in questo caso specifico non si possa parlare né di critica né di satira. L’espressione utilizzata, hanno argomentato i legali, sarebbe gratuitamente offensiva e lesiva della dignità personale, aggravata dal fatto di essere stata diffusa su una piattaforma social capace di raggiungere migliaia di utenti in pochi secondi. Il post incriminato, va ricordato, aveva accumulato quasi 2.200 “like”, una circostanza che, in sede giudiziaria, potrebbe configurare l’aggravante della diffusione a mezzo stampa o “mezzo simile”, aumentando di fatto la posta in gioco per l’imputato.

Un precedente che guarda al fenomeno dei “leoni da tastiera”

Non è la prima volta che Scanzi sceglie la via della fermezza giudiziaria per tutelarsi da quella che lui stesso definisce la “insulsaggine” del web. Chi segue le sue battaglie sa bene che l’opinionista ha da tempo dichiarato guerra agli haters, sostenendo che, in Italia, sia necessario che le persone capiscano che il conto, prima o poi, arriva sempre per chi semina odio. In passato, ha portato in tribunale diversi utenti, ottenendo talvolta risarcimenti o accordi transattivi, come nel caso di un dirigente di Italia Viva che nel 2021 aveva auspicato violenze nei suoi confronti e che si è visto costretto a pagare una somma patteggiata per chiudere la vicenda.

Proprio la strategia seguita in quell’occasione – una transazione civile che evitava il processo penale – potrebbe rappresentare uno scenario possibile anche per il pensionato di Salgareda. Tuttavia, a differenza del politico, che aveva preferito pagare per non incorrere in spese legali superiori alla cifra richiesta, il 76enne ha scelto la linea dura. Una scelta che lo espone al rischio di un’aula di tribunale e, potenzialmente, a una condanna penale per diffamazione, un reato che in Italia prevede pene che vanno da sei mesi a tre anni di reclusione o una multa non inferiore a 516 euro, soprattutto quando si configuri l’aggravante dell’uso di un mezzo di pubblicità.

La società, insomma, si divide idealmente tra chi vede in questa iniziativa un’azione sacrosanta di difesa della dignità personale – necessaria per arginare il fenomeno del cyberbullismo e della maleducazione dilagante – e chi, invece, intravede un pericoloso tentativo di mettere a tacere il dissenso, per quanto rozzo, attraverso la leva economica. Quel che è certo è che il 76enne di Salgareda, difeso dall’avvocato De Lucca, non intende piegarsi: «Nulla si ritiene di dover riconoscere» hanno fatto sapere i suoi legali, lasciando intendere che sarà il giudice a dover dirimere la controversia. Nel frattempo, l’epiteto è stato rimosso, ma la macchina della giustizia è ormai in moto, destinata a fare chiarezza su un confine – quello tra il “bar sport” digitale e la gogna mediatica – che è ancora tutto da tracciare.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.