Marjorie Taylor Greene attacca Trump: «È impazzito, occorre un freno alla sua follia»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La mattina di Pasqua, mentre molte famiglie americane si preparavano a celebrare la ricorrenza religiosa, l’ex deputata e già anima calda del movimento Maga, Marjorie Taylor Greene, ha scelto di rompere definitivamente gli indugi. Con un lungo post pubblicato su X, la politica georgiana – un tempo tra le più fedeli sostenitrici del tycoon – ha infatti accusato Donald Trump, oggi nuovamente alla Casa Bianca, di aver perso il lume della ragione. «La mattina di Pasqua, ecco cosa ha pubblicato il presidente Trump», ha scritto Greene, accompagnando il messaggio con lo screenshot di un post presidenziale. In quel testo, si legge, il capo dello Stato minacciava di colpire «martedì» le centrali elettriche e i ponti in Iran, a meno che Teheran non decida di riaprire lo Stretto di Hormuz. Una minaccia che l’ex deputata ha definito non solo pericolosa, ma sintomo di un vero e proprio squilibrio.

«Tutti coloro, all’interno della sua amministrazione, che affermano di essere cristiani – ha proseguito Greene – dovrebbero inginocchiarsi, implorare il perdono di Dio, smettere di venerare il presidente e intervenire per porre freno alla follia di Trump». Parole che segnano una rottura profonda tra la pasionaria Maga e l’uomo che quel movimento lo ha incarnato e guidato per anni. Non si tratta, va detto, del primo attacco frontale: già in passato Greene aveva preso le distanze da alcune scelte trumpiane, ma mai con questa virulenza. Stavolta, a fare da detonatore, è stata la deriva verbale sul nucleare, con il tycoon che – secondo la ricostruzione della stessa Greene – avrebbe raccontato «menzogne in ambito nucleare» per decenni, alimentando una tensione internazionale già altissima.

El-Baradei: «Fermate il pazzo Trump, vuole dare fuoco al Medio Oriente»

Non è la sola voce critica a levarsi, in queste ore, contro l’inquilino della Casa Bianca. Dal Cairo, dove risiede, l’ex direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e premio Nobel per la pace Mohamed El-Baradei ha lanciato un appello diretto ai governi del Golfo. «Ancora una volta – ha scritto in arabo sempre sulla piattaforma X – per favore fate tutto ciò che è in vostro potere prima che questo pazzo trasformi la regione in una palla di fuoco». L’ex numero uno dell’Aiea non ha usato giri di parole, definendo Trump «pazzo» e accusandolo di voler deliberatamente incendiare un’area del mondo già martoriata da decenni di conflitti. Una posizione, la sua, che si inserisce in un coro di critiche provenienti da più parti, anche se pochi esponenti di quel calibro hanno osato un attacco così diretto e personale.

La richiesta di El-Baradei, peraltro, arriva mentre il presidente americano continua a postare messaggi dal tono sempre più minaccioso. L’ex capo dell’Aiea, che per anni ha vigilato sul programma nucleare iraniano, conosce bene i rischi di un’escalation verbale che si trasformi in azione militare. «Trasformare il Medio Oriente in una palla di fuoco» non è, per lui, una semplice iperbole: è il timore concreto che un attacco preventivo – magari limitato a infrastrutture energetiche e nodi strategici come ponti e centrali – possa innescare una reazione a catena incontrollabile. E che Teheran, dal canto suo, potrebbe rispondere chiudendo di fatto lo Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare.

La frattura interna al Maga e le ripercussioni politiche

Se El-Baradei parla da osservatore internazionale, il caso di Marjorie Taylor Greene è politicamente più spinoso, perché arriva dall’interno del fronte che ha portato Trump alla rielezione. L’ex deputata, che per anni ha difeso ogni eccesso del tycoone, oggi lo accusa senza mezzi termini di essere «impazzito». Una rottura che non è solo personale, ma che rischia di indebolire la narrativa di compattezza su cui Trump ha costruito il suo secondo mandato. Nel lungo post su X, Greene ha rivolto un appello diretto ai fedelissimi dell’amministrazione, specialmente a quelli che si dichiarano cristiani: «Smettere di venerare il presidente» è il passaggio chiave, quasi una deprecazione del culto della personalità che ha circondato Trump per anni.

Non ci sono, al momento, dichiarazioni ufficiali dalla Casa Bianca né una replica diretta del presidente. Tuttavia, fonti interne alla galassia Maga riferiscono di un malessere crescente tra i più fedelissimi, alcuni dei quali avrebbero iniziato a vedere con preoccupazione l’uso spregiudicato della retorica bellica. La stessa Greene, va ricordato, non è più deputata in carica, ma mantiene un peso specifico notevole nell’area conservatrice grazie ai suoi milioni di follower e alla sua capacità di mobilitare la base. La sua defezione, se così si può chiamare, priva Trump di una delle sue più instancabili megafone, proprio mentre il presidente sta affrontando pressioni su più fronti: dalle minacce nucleari iraniane ai nodi economici interni.

Il rischio di una escalation e il silenzio degli apparati

Ciò che accomuna i due attacchi – quello di Greene e quello di El-Baradei – è la sensazione di un uomo solo al comando, privo di freni istituzionali. L’ex deputata ha chiesto ai membri dell’amministrazione di «intervenire», quasi a sottolineare che nessuno, finora, abbia avuto il coraggio o la volontà di opporsi alle direttive presidenziali. El-Baradei, dal canto suo, si è rivolto direttamente ai governi del Golfo, bypassando di fatto la diplomazia ufficiale americana. Due prospettive diverse ma convergenti: da un lato, l’allarme per la deriva autoritaria e psicologica di Trump; dall’altro, il timore che un attacco preventivo contro l’Iran possa davvero trasformare il Medio Oriente in un inferno.

Nessuna delle due critiche, peraltro, è stata finora raccolta da figure istituzionali di peso, né tra i democratici né tra i repubblicani. Un silenzio che, per certi versi, suona come una resa o come una prudenza eccessiva di fronte a un presidente che ha già dimostrato di non temere le conseguenze delle sue parole. Il post incriminato, quello in cui Trump minacciava di colpire «martedì», è stato rimosso o modificato? A giudicare dalla denuncia di Greene, sembra essere ancora visibile. E intanto, lo Stretto di Hormuz resta aperto, ma la tensione sale.

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