Trump e la definizione di “animali” per gli iraniani: «Colpire le infrastrutture? Non è crimine di guerra»
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Redazione Esteri
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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha scelto la cornice apparentemente festosa della tradizionale “corsa delle uova di Pasqua” alla Casa Bianca – un evento pubblico accessibile tramite lotteria – per rispondere in modo secco a una domanda destinata a far discutere gli esperti di diritto internazionale. Un giornalista, avvicinandolo durante la manifestazione, gli ha chiesto se ritenesse legittimo, o quantomeno non classificabile come crimine di guerra, il bombardamento di infrastrutture civili in Iran. La replica non ha lasciato spazio a interpretazioni: «No, perché loro sono delle bestie, semplice», ha tagliato corto il capo dello Stato, giustificando l’attacco alle reti elettriche e ai ponti con la repressione messa in atto dal regime di Teheran contro i manifestanti nei mesi scorsi.
L’inquilino della Casa Bianca ha anzi ribaltato la prospettiva etica della questione, trasformando la minaccia bellica in una sorta di atto dovuto verso la popolazione iraniana. Citando cifre non verificate in modo indipendente – parla di decine di migliaia di uccisi tra i dimostranti – Trump ha definito i vertici iraniani «pazzi furiosi» ai quali non si può affidare la gestione di un’arma nucleare, aggiungendo che, a suo avviso, gli stessi cittadini dell’Iran non solo accettano i raid, ma ne sarebbero addirittura desiderosi. «Quando non sentono le bombe, si arrabbiano», ha affermato in un passaggio successivo, sostenendo che la distruzione totale delle infrastrutture – che l’esercito americano sarebbe in grado di realizzare in sole quattro ore – rappresenterebbe per loro un passaggio necessario verso la libertà.
La dottrina dello “Stato pietra” e le scappatoie giuridiche
A livello operativo, la minaccia è precisa e corredata da una scadenza temporale: se entro martedì sera Teheran non accetterà di riaprire lo Stretto di Ormuz e di scendere a patti, l’amministrazione procederà con la «demolizione completa» di ogni ponte e centrale elettrica sul suolo persiano, un esito che Trump ha definito come il ritorno all’«età della pietra». Questa posizione, però, si scontra apertamente con le Convenzioni di Ginevra, in particolare con il Protocollo I del 1977 – mai ratificato dagli Stati Uniti – che vieta espressamente di colpire beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile quando non offrono un vantaggio militare chiaro e diretto. Da notare come, nonostante la mancata ratifica, molti principi del Protocollo siano ormai considerati parte del diritto internazionale consuetudinario, una sfumatura che Trump e i suoi legali tendono a ignorare.
Non mancano, d’altra parte, voci a sostegno dell’esecutivo. Alcuni giuristi vicini alle amministrazioni repubblicane ricordano come gli Stati Uniti abbiano già colpito le infrastrutture nemiche in passato, a partire dalla rete elettrica serba durante la guerra del Kosovo. In quella circostanza, l’amministrazione Clinton giustificò gli attacchi sostenendo che l’elettricità alimentava anche i comandi militari di Milosevic, un precedente che Trump ha implicitamente evocato quando ha definito il regime iraniano «malato» e privo di qualsiasi razionalità. La differenza sostanziale, notano i critici, risiede però nella proporzionalità e nell’intento dichiarato: qui l’obiettivo non sarebbe un singolo nodo strategico, ma la cancellazione totale dell’intera rete civile, un atto che numerosi accademici – tra cui cento professori di legge di Yale, Harvard e Stanford – hanno già bollato come potenziale crimine di guerra in una lettera aperta del 2 aprile.
Un presidente solo? Le crepe nel fronte conservatore
Non è solo l’opposizione democratica, del resto, a storcere il naso di fronte a questa escalation verbale. La stessa Marjorie Taylor Greene, un tempo considerata una delle alleate più fedeli e scalpitanti del presidente nello zoccolo duro Maga, ha rotto gli indugi definendo pubblicamente i messaggi pasquali di Trump – impreziositi da bestemmie e invocazioni sarcastiche ad Allah – come il sintomo di una deriva preoccupante. «Chi dice di essere cristiano dovrebbe inginocchiarsi e implorare perdono», ha tuonato la deputata, in un attacco frontale che dimostra come la minaccia di un’ulteriore espansione del conflitto in Medio Oriente stia logorando anche le certezze della base più radicale. Al Congresso, diversi parlamentari hanno evocato per reazione il 25esimo emendamento, quello che prevede la rimozione del presidente per incapacità, anche se l’ipotesi – considerata l’attuale composizione delle camere – resta al momento più teorica che concreta.
L’amministrazione, da parte sua, sembra giocare su due tavoli: mentre Trump promette fuoco e fiamme, il suo staff avrebbe tentato di mediare una tregua di 45 giorni che Teheran ha però già respinto al mittente, chiedendo invece garanzie per una pace permanente. I nuovi vertici iraniani – con una Guida Suprema che appare poco in pubblico e della quale si conosce ancora poco – hanno bollato le minacce come «avventate», ma al momento non hanno riaperto il canale dello Stretto, mantenendo alta la tensione su un fronte che tiene il mondo col fiato sospeso.




