Il sottosegretario Delmastro si è dimesso: «Una leggerezza, ora tornerò a fare il deputato»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Le dimissioni, presentate come irrevocabili, sono state formalizzate nella giornata di ieri da Andrea Delmastro, che lascia dunque l’incarico di sottosegretario alla Giustizia. Una scelta, quella del parlamentare di Fratelli d’Italia, maturata – a suo dire – in autonomia e motivata dalla volontà di non esporre il governo a qualsiasi forma di condizionamento, reale o percepito, in una battaglia che lui stesso definisce centrale: il contrasto alla criminalità organizzata. «Ho sempre combattuto la mafia, anche con risultati concreti e importanti», ha dichiarato al Corriere della Sera, ricostruendo i passaggi che lo hanno condotto a quella che ammette essere stata una «leggerezza». La leggerezza, nello specifico, consiste nell’aver intrattenuto un rapporto di società con Miriam Caroccia, figlia di Mauro, per poi uscirne – come ha puntualizzato – non appena ne ha avuto piena contezza. «Non mi sono reso conto di chi avessi davanti fin quando il padre non è stato arrestato», ha aggiunto, chiarendo che l’uomo, prima di quell’evento, gli «sembrava il classico oste romano».

La vicenda giudiziaria legata alla famiglia Caroccia, ritenuta vicina al clan di stampo camorristico dei Senese, ha rappresentato il precipitare di una situazione già resa instabile da altri fronti aperti per il dicastero guidato da Carlo Nordio. Delmastro, nel giustificare il passo indietro, ha insistito sulla necessità di non offrire spazi di ambiguità che potrebbero, a suo avviso, indebolire l’azione legislativa intrapresa: «Non vorrei che una leggerezza indebolisse questa battaglia mia e del governo». Il suo ragionamento, esposto con la consueta determinazione, si regge su un assunto che ripete più volte: la propria biografia, nel contrasto a ogni forma di criminalità, parla da sola. «Sono sereno nella scelta», ha affermato, mostrando la convinzione che le «nebbie si diraderanno» man mano che i fatti verranno ricostruiti.

Una scelta maturata nel segno della responsabilità politica

La lettera di dimissioni, consegnata nelle mani del presidente del Consiglio, è stata presentata da Delmastro come un atto dovuto più all’interesse nazionale che a una valutazione contingente della propria posizione. «Pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza. Me ne assumo la responsabilità», ha dichiarato, specificando che l’affetto e il rispetto per il governo e per Giorgia Meloni – pur citati – rappresentano solo un aspetto secondario nella gerarchia delle motivazioni addotte. L’ex sottosegretario ha voluto distinguere nettamente tra il profilo personale, che ritiene immune da condotte illecite, e l’opportunità politica, che invece gli imponeva di allontanarsi da un ruolo esecutivo per evitare che la sua vicenda si trasformasse in un argomento di attacco trasversale.

Nell’intervista rilasciata al Corriere, Delmastro ha ripercorso i momenti in cui è maturata la conoscenza con la famiglia Caroccia, cercando di delineare i confini di un rapporto che definisce frainteso. L’aver condiviso un’iniziativa imprenditoriale con Miriam Caroccia – circostanza venuta alla luce nell’ambito di indagini condotte dalla Direzione distrettuale antimafia – è stato descritto come un episodio circoscritto, concluso prima che il padre della donna finisse al centro di un’operazione giudiziaria. La sua versione insiste sul fattore temporale: l’uscita dalla società sarebbe avvenuta in autonomo anticipo rispetto agli sviluppi investigativi, a dimostrazione – sostiene – di una sensibilità che gli avrebbe fatto percepire l’inopportunità della situazione ancor prima che questa assumesse i contorni di una questione giudiziaria.

Il terremoto in via Arenula e le tensioni nel governo

Le dimissioni di Delmastro non rappresentano un episodio isolato nel contesto del Ministero della Giustizia, ma si inseriscono in una fase di crescente tensione che aveva già visto, poco prima, il passo indietro di un altro esponente dell’esecutivo. Il cosiddetto “terremoto” che ha scosso via Arenula, con l’uscita di scena sia di Delmastro che di Bartolozzi, è stato interpretato negli ambienti parlamentari come l’effetto cumulativo di più fattori: dal caso Almasri – che aveva messo sotto pressione il guardasigilli – fino alla débâcle referendaria sulla riforma della Giustizia, considerata da più parti come una sconfitta politica per la maggioranza. In questo quadro, la vicenda dei presunti rapporti con soggetti vicini al clan dei Senese ha funto da acceleratore, costringendo il governo a prendere atto di una situazione divenuta ormai insostenibile sul piano della tenuta politica.

Delmastro, nel raccontare la propria versione, ha evitato di entrare nel merito delle inchieste in corso, limitandosi a ribadire la propria estraneità a qualsiasi forma di collusione. La scelta di tornare a svolgere il ruolo di deputato – ha spiegato – è funzionale a dimostrare che la sua azione non è mai stata condizionata da interessi diversi da quelli istituzionali. «Torno a svolgere il mio lavoro di deputato convinto che tutte le nebbie si diraderanno», ha detto, affidando alla propria storia politica il compito di restituire credibilità a una figura che, fino a ieri, ricopriva uno degli incarichi più delicati dell’esecutivo.

La strategia comunicativa e la ricostruzione dei fatti

L’intervista rilasciata al quotidiano milanese rappresenta una tappa di una strategia comunicativa volta a circoscrivere i danni e a riappropriarsi del racconto pubblico. Delmastro ha scelto toni pacati ma decisi, alternando frasi brevi a periodi più complessi nei quali ha cercato di innestare la propria versione dei fatti all’interno di una cornice più ampia: quella del contrasto alla criminalità organizzata, che lui rivendica come cifra distintiva della propria militanza politica. La scelta di parlare di “leggerezza” – piuttosto che di errore o di colpa – è funzionale a mantenere una narrazione che escluda l’intenzionalità, pur riconoscendo un giudizio negativo sull’operato.

Il riferimento costante alla propria biografia, evocata come garanzia di rettitudine, ha lo scopo di offrire un contrappeso alle ricostruzioni giudiziarie che hanno portato alla luce il rapporto con la famiglia Caroccia. L’ex sottosegretario ha insistito sul fatto che la conoscenza con il padre di Miriam Caroccia si basava su una percezione distorta: «sembrava il classico oste romano», ha detto, suggerendo che non vi fossero elementi, all’origine, per sospettare legami con ambienti camorristici. Su questo punto, la sua versione si scontra con gli atti investigativi che hanno invece delineato un quadro diverso, sul quale la magistratura continuerà a indagare indipendentemente dalle valutazioni politiche.

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