Andrea Delmastro si dimette: la “leggerezza” della società con la figlia del camorrista e il passo indietro dopo la sconfitta referendaria
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Redazione Interno
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La scelta di ritirarsi, quella che l’ormai ex sottosegretario definisce una decisione sofferta ma necessaria, arriva al culmine di una settimana politica già segnata dal verdetto delle urne. Andrea Delmastro, intervistato dal Corriere della Sera, ha spiegato di aver voluto allontanare qualsiasi ombra che potesse offuscare la linea dura del governo contro la criminalità organizzata, una battaglia – tiene a precisare – che ha contraddistinto la sua intera biografia politica. “Sono sereno”, ha dichiarato, confidando che le nebbie sollevate da questa vicenda si diraderanno col tempo, ora che è tornato a svolgere il suo ruolo di deputato. La serenità, nel suo racconto, deriva dalla consapevolezza di non aver commesso atti illeciti, ma di aver semplicemente pagato lo scotto di una leggerezza, quella di essere entrato in società con Miriam Caroccia, la figlia diciottenne (oggi diciannovenne) di Mauro Caroccia, senza rendersi conto – sostiene lui – di chi avesse realmente davanti fino al momento dell’arresto del padre.
La genesi della vicenda che ha portato alle dimissioni affonda le radici in una compagine societaria destinata a scatenare un terremoto politico. Delmastro aveva costituito, insieme ad altri soci tra cui la stessa Miriam Caroccia, la “Le cinque forchette Srl”, società titolare della Bisteccheria d’Italia in via Tuscolana a Roma. Per il sottosegretario, che deteneva una quota del 25%, si è trattato di un investimento imprenditoriale finito poi sotto i riflettori della cronaca e della magistratura. Mauro Caroccia, il padre della giovane socia, è infatti un ristoratore romano con un passato giudiziario pesante: condannato in via definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni con l’aggravante del metodo mafioso, viene considerato dagli inquirenti vicino al clan camorrista dei Senese, attivo nella Capitale. La procura di Roma, che già aveva acceso i riflettori sulla galassia delle società riconducibili alla famiglia Caroccia, ha iscritto nel registro degli indagati sia il padre che la figlia, rispettivamente per riciclaggio e intestazione fittizia, nel tentativo di ricostruire i flussi finanziari utilizzati per gli investimenti.
Delmastro ha raccontato di aver alienato le proprie quote non appena avuta contezza del curriculum familiare della sua socia, una versione che trova riscontro negli atti societari che documentano il passaggio di proprietà avvenuto dopo la sentenza della Cassazione a carico di Mauro Caroccia. “Sembrava il classico oste romano”, avrebbe confidato il politico, riferendosi all’imprenditore con cui, suo malgrado, si era trovato a condividere un progetto imprenditoriale. In una nota diffusa dopo il passo indietro, l’ex sottosegretario ha ribadito di non aver guadagnato un centesimo dall’operazione, anzi di averci rimesso, sottolineando come la sua storia di contrasto alla mafia – inclusa l’esperienza sul fronte del carcere duro e le minacce ricevute – parli da sola e lo metta al riparo da facili strumentalizzazioni.
Le dimissioni, formalizzate lunedì 23 marzo, non sono arrivate però in un vuoto politico. Esse si inseriscono in un contesto di forte tensione all’interno del ministero della Giustizia, dove contestualmente ha lasciato l’incarico anche la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, travolta dalle polemiche per le sue dichiarazioni sui magistrati definite “plotoni di esecuzione” durante la campagna per il referendum sulla separazione delle carriere. Sebbene Delmastro si sia sempre dichiarato estraneo alle dinamiche elettorali che hanno portato alla débâcle del governo, il tempismo delle uscite di scena suggerisce una stretta decisa dalla premier Giorgia Meloni, intenzionata a dare una risposta netta dopo la sconfitta alle urne e a rimuovere figure divenute, per ragioni diverse, un peso politico per l’esecutivo.
La vicenda societaria ha inoltre riacceso l’attenzione su un’altra pendenza giudiziaria che grava sul deputato di Fratelli d’Italia. Già nel febbraio 2025, Delmastro era stato condannato in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio nel contesto del caso Cospito, quando aveva divulgato informazioni riservate tratte da rapporti della polizia penitenziaria. Pur in assenza di una condanna definitiva, quel precedente ha contribuito a delineare un profilo di permanente esposizione alle critiche delle opposizioni, che hanno a lungo invocato il suo allontanamento dal dicastero di via Arenula. Ora, riappropriandosi del seggio parlamentare, Delmastro si prepara a difendere la propria onorabilità in un contesto diverso, confidando che la sua azione legislativa e il suo impegno sul fronte della legalità possano prevalere, agli occhi dell’opinione pubblica, sulla vicenda della bisteccheria.
Le inchieste parallele e il destino delle quote societarie
Mentre Delmastro conclude la sua esperienza al governo, la procura di Roma prosegue senza sosta le indagini sulla rete di interessi che circonda la famiglia Caroccia, cercando di fare luce sulla reale provenienza dei capitali investiti nelle attività di ristorazione. L’attenzione degli inquirenti si concentra in particolare sulle modalità con cui sono state trasferite le quote societarie: in alcuni passaggi, infatti, il prezzo della compravendita risulterebbe pagato in contanti, senza una tracciabilità bancaria che possa certificare l’origine lecita del denaro. In questo contesto, le operazioni che hanno visto coinvolto il sottosegretario – prima come socio, poi come cedente – rappresentano un tassello cruciale per comprendere la struttura dell’affare. La Commissione parlamentare Antimafia, da parte sua, ha già annunciato l’intenzione di convocare l’ormai ex membro del governo per un’audizione, con l’obiettivo di approfondire i dettagli di un rapporto d’affari che ha messo a nudo le maglie allentate del sistema di controllo sulle frequentazioni dei rappresentanti delle istituzioni.
Il rientro in aula e l’autodifesa politica
L’uscita dal governo, lungi dal rappresentare un ritiro dalla scena pubblica, segna per Delmastro il ritorno a un ruolo forse più congeniale alla sua indole battagliera: quello del deputato di opposizione interna, in grado di muoversi con maggiore libertà nei corridoi di Montecitorio. La sua autodifesa si fonda su una narrazione che separa nettamente l’errore di valutazione personale, ammesso e circoscritto alla “leggerezza”, dalla correttezza formale del suo operato. “Non ho fatto niente di scorretto”, ha ripetuto ai cronisti, richiamandosi a una biografia che lo vede in prima linea nella promozione del carcere duro e delle misure di contrasto ai clan. È su questo terreno che intende giocare la partita della riabilitazione politica, lasciando che siano i fatti giudiziari – che per il momento non lo toccano direttamente, essendo indagati solo padre e figlia Caroccia – a seguire il loro corso senza interferenze.




