Delmastro, il ristorante e la paura di un avviso: “Se lo indagano sarà difficile difenderlo”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda che avvolge il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, si arricchisce di nuovi tasselli giudiziari, mentre all’interno di Fratelli d’Italia cresce una preoccupazione palpabile, quasi un timore sussurrato nei corridoi di via della Scrofa. Il nodo, adesso, non è più solo politico o di opportunità, ma rischia di concretizzarsi in un’indagine formale che potrebbe travolgere uno degli uomini più fidati della maggioranza. La paura, che si fa strada tra i meloniani, è che quanto emerso finora – le società, le cene, i rapporti con ambienti oscuri – rappresenti solo la punta dell’iceberg di una tempesta destinata a scatenarsi nelle prossime settimane. Il clima, a pochi giorni dalla chiusura delle urne per il referendum, è avvelenato da un’attesa spasmodica: se i magistrati dovessero notificare un avviso di garanzia a Delmastro, come già avvenuto per altri protagonisti della vicenda, la sua posizione diventerebbe, nelle parole di un dirigente del partito, “difficilmente difendibile”.

A rendere il quadro giudiziario sempre più intricato è l’accelerazione impressa dalla procura di Roma, che sta scandagliando con attenzione i flussi finanziari della famiglia Caroccia e la loro intersezione con il mondo politico piemontese. Non è un dettaglio da poco che, attualmente, siano indagati per riciclaggio e intestazione fittizia di beni sia Mauro Caroccia – il prestanome del clan Senese già condannato in via definitiva – sia sua figlia Miriam, la ragazza che all’epoca dei fatti era appena maggiorenne e che figurava come amministratrice unica della società “5 Forchette Srl”, il cui obiettivo era gestire la “Bisteccheria d’Italia” sulla Tuscolana. L’inchiesta, che si inserisce nel solco della lunga opera di disarticolazione delle cosche romane, mira a ricostruire l’origine dei capitali investiti dalla famiglia nel settore della ristorazione, un comparto storicamente sensibile per le infiltrazioni criminali. È proprio su quel 50 per cento delle quote detenute dalla giovane Caroccia che si concentra l’attenzione degli inquirenti, desiderosi di capire se dietro quella compagine societaria si celasse in realtà la mano del padre, ancora in carcere, o interessi più estesi legati al clan.

La difesa di Delmastro, che ha sempre sostenuto di aver agito in buona fede e di essersi ritirato non appena scoperta la reale identità della socia, si trova ora a fare i conti con le evidenze documentali che emergono dalle cronache giudiziarie. La sua narrazione, basata sull’ignoranza circa la discendenza di Miriam Caroccia, appare infatti scalfita da una fotografia che lo ritrae, nell’ottobre del 2023, proprio accanto a Mauro Caroccia all’interno di uno dei locali della famiglia. L’immagine, divenuta ormai un elemento dirompente del dibattito pubblico, sembra suggerire una familiarità antecedente alla costituzione della società, avvenuta nel dicembre del 2024, sollevando interrogativi sulla reale profondità del rapporto. A ciò si aggiunge la circostanza, riportata da alcuni organi di stampa, secondo cui sarebbe stato lo stesso Mauro Caroccia – mentre ancora gestiva la sala – a presentare a sua figlia il socio Delmastro, un dettaglio che, se confermato, minerebbe alla base la tesi della “scoperta” successiva.

Le prime avvisaglie della procura e il nodo patrimoniale

Il lavoro della procura non si limita però ai legami personali, ma si concentra sulla sostanza economica dell’operazione. Gli inquirenti stanno mettendo sotto la lente d’ingrandimento i movimenti di denaro che hanno permesso alla famiglia Caroccia di rilevare le quote dei vari soci politici, in un gioco di compravendite che, secondo le ricostruzioni, sarebbe avvenuto in contanti. Questo aspetto, se corroborato da prove, potrebbe configurare profili di reato legati al riciclaggio, l’ipotesi di accusa principale che già grava su Mauro e Miriam Caroccia. Per Delmastro, al momento non indagato, la situazione resta in bilico: da un lato, la sua uscita dalla società – avvenuta in due tranche tra la fine del 2025 e i giorni immediatamente successivi alla sentenza definitiva della Cassazione contro Caroccia senior – potrebbe essere letta come un tentativo di prendere le distanze; dall’altro, la tempistica sospetta rischia di essere interpretata come una fuga consapevole da un’associazione divenuta improvvisamente troppo ingombrante.

Dentro Fratelli d’Italia, l’imbarazzo è cresciuto a dismisura, non solo per il merito della vicenda ma per la gestione politica della comunicazione. La premier Giorgia Meloni, pur definendo il comportamento del sottosegretario “leggero”, ha inizialmente blindato il suo fedelissimo, cercando di arginare la polemica e di scongiurare un danno d’immagine in piena campagna referendaria. Tuttavia, il timore che aleggia ora tra i parlamentari è di natura diversa: non si tratta più solo di resistere alle pressioni delle opposizioni, ma di prepararsi a uno scenario giudiziario potenzialmente devastante. La consapevolezza è che un avviso di garanzia cambierebbe radicalmente la natura del conflitto, trasformando un caso politico in un vero e proprio terremoto giudiziario, con ricadute istituzionali difficili da prevedere.

I precedenti e la questione della commissione Antimafia

A complicare ulteriormente la posizione di Delmastro, già segnata da un passato giudiziario non proprio limpido – si pensi alla condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito – si aggiunge ora la prospettiva di un’audizione davanti alla Commissione parlamentare Antimafia. La presidente Chiara Colosimo ha fatto sapere di non volersi sottrarre a un approfondimento, sottolineando come gli atti relativi al clan Senese e a Caroccia siano già nell’archivio della commissione. Per il sottosegretario, sedersi al banco dei testimoni di fronte all’organo deputato a vigilare sui fenomeni mafiosi rappresenterebbe un passaggio ad alto rischio, in cui ogni dettaglio sulle frequentazioni e sugli affari verrebbe messo sotto la lente di ingrandimento, amplificando ulteriormente la pressione politica.

Mentre la procura procede con le sue indagini, cercando di fare luce sulla reale titolarità dei ristoranti e sulla provenienza dei fondi, il partito osserva trattenendo il fiato. La posizione di alcuni dirigenti, come Massimo Milani, che non ha nascosto il proprio scetticismo definendo l’operazione incomprensibile (“perché comprare le quote di un ristorante sulla Tuscolana?”), lascia intendere che la pazienza interna non sia infinita. La convinzione che sta prendendo piede è che, se la magistratura formalizzerà un’indagine a carico del sottosegretario, il suo destino segnerà inevitabilmente un punto di svolta, mettendo a dura prova non solo la sua carriera, ma la tenuta stessa di un esecutivo che ha fatto della lotta alla criminalità organizzata uno dei suoi cavalli di battaglia. L’attesa, dunque, è tutta concentrata sulle mosse dei pm romani, mentre i vertici di governo si preparano a gestire una fase che si preannuncia come una delle più complesse dalla nascita del governo.

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