Caso Delmastro, la Dda ricostruisce il flusso di denaro dal clan Senese alla “Bisteccheria d’Italia”
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Redazione Interno
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La Direzione distrettuale antimafia di Roma ha formalizzato l’ipotesi accusatoria secondo cui la società “Le 5 forchette srl”, realtà imprenditoriale attiva nella ristorazione romana con il noto locale “Bisteccheria d’Italia” situato in via Tuscolana, sarebbe stata funzionale a un’operazione di riciclaggio dei capitali illeciti riconducibili al clan camorristico dei Senese. Al centro degli atti investigativi, depositati nell’ambito di un procedimento che ha assunto una forte rilevanza politica, figurano Mauro Caroccia – già raggiunto da una condanna definitiva a quattro anni di reclusione per reati di stampo mafioso con l’aggravante di essere considerato un prestanome dell’organizzazione – e la figlia Miriam, all’epoca dei fatti appena diciottenne e risultata tra i soci fondatori della società insieme all’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, che successivamente ha dismesso le quote.
L’accusa della procura: un’operazione per rafforzare il controllo del clan sul territorio
Secondo quanto ricostruito dalla Dda di piazzale Clodio, il trasferimento di capitale nella srl avvenuto nel dicembre del 2024 avrebbe rappresentato un meccanismo finalizzato a immettere nel circuito economico legale i proventi accumulati dall’associazione mafiosa, permettendo al gruppo criminale di “accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche”. I pm ipotizzano che padre e figlia abbiano agito con l’obiettivo di reinvestire i capitali illecitamente accumulati, approfittando della fase di avviamento dell’attività per legittimare risorse di provenienza illecita; un meccanismo, questo, che rientrerebbe nel più ampio fenomeno dell’infiltrazione mafiosa nel tessuto imprenditoriale della capitale. Il reato contestato a vario Titolo – che include il riciclaggio e l’intestazione fittizia dei beni – risulta aggravato dalla finalità di agevolare l’operatività del clan Senese, un elemento che trasforma una semplice operazione commerciale in un tassello cruciale per il mantenimento della potenza economica dell’organizzazione.
L’audizione in Antimafia e gli interrogatori in calendario
Mentre sul piano giudiziario si attendono i primi interrogatori formali, fissati per la metà di questa settimana, quando Mauro e Miriam Caroccia compariranno davanti ai magistrati della Dda per rispondere delle accuse, il fronte politico-istituzionale si appresta a fare altrettanta chiarezza. La Commissione parlamentare antimafia, infatti, ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni mirato a esaminare i contorni della vicenda, già in parte esplorata dalla stessa commissione nell’ambito del filone investigativo denominato “Affari di famiglia e Hydra”. L’ex sottosegretario Delmastro sarà sentito dagli inquirenti parlamentari, così come verranno ascoltati i rappresentanti della Procura di Roma, gli ufficiali delle forze dell’ordine coinvolti nelle indagini e il personale del Dap e dell’Ucis, al fine di ricostruire ogni aspetto, dalla genesi della società alla gestione operativa del ristorante, comprese le modalità con cui il quadro indiziario è stato trasmesso agli organi di stampa.
Il nodo della consapevolezza e la posizione della difesa
Una delle questioni centrali che gli investigatori stanno cercando di sciogliere – come emerso anche dal confronto tra gli addetti ai lavori – riguarda la natura del coinvolgimento dell’allora esponente del governo, ovvero se vi sia stata una semplice ingenuità nel prestare il proprio nome a un’iniziativa imprenditoriale oppure se sussistesse un interesse consapevole nella compagine societaria, considerato il precedente penale del padre della giovane socia. La difesa di Mauro e Miriam Caroccia, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Gallo, ha comunque respinto con forza l’impianto accusatorio, sostenendo che da una verifica documentale non emergerebbe alcuna prova dell’utilizzo di denaro riconducibile alla camorra nell’operazione commerciale e negando qualsiasi rapporto della famiglia Senese con la gestione del ristorante, sia prima che dopo la cessione delle quote da parte dei soci politici.




