Le due inchieste sul caso “Le 5 Forchette” e l’ombra dell’intestazione fittizia
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Redazione Interno
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La stessa società, ma due filoni investigativi distinti. È questo il punto centrale della vicenda che coinvolge la “Bisteccheria d’Italia” e alcuni esponenti politici legati a Fratelli d’Italia in Piemonte. Da una parte l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma, già avviata da tempo e che nelle scorse ore ha svelato dettagli inquietanti sui flussi di denaro; dall’altra quella aperta nelle scorse ore a Torino, un fascicolo – al momento senza indagati – che si concentra invece sulle modalità di costituzione della società. Due procedimenti che si muovono in parallelo ma con obiettivi diversi, destinati probabilmente a incrociarsi nel corso degli accertamenti.
A Roma, il quadro accusatorio si è fatto più nitido e pesante. Mauro Caroccia e la figlia Miriam, rispettivamente padre e figlia, sono finiti nel mirino della magistratura con l’ipotesi di reato di riciclaggio aggravato dalla finalità mafiosa. Secondo gli inquirenti capitolini, nella Srl “Le 5 Forchette” – quella che gestiva il ristorante – sarebbero stati “trasferiti e reinvestiti” proventi delle attività illecite del clan camorristico dei Senese. Un’operazione che, nelle intenzioni, mirava a permettere al sodalizio criminale di “accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche” e a ripulire capitali accumulati illegalmente.
Il fronte torinese e la genesi biellese della società
Diverso l’approccio della Direzione distrettuale antimafia torinese, che ha scelto di concentrarsi sulla genesi dell’operazione imprenditoriale. La nascita dell’impresa risale al dicembre del 2024, in uno studio notarile di Biella, un territorio che dista centinaia di chilometri dalla capitale dove poi il ristorante avrebbe aperto i battenti. È proprio su quel passaggio formale – su chi c’era, chi ha firmato, su quale fosse il reale ruolo dei soci – che si concentrano ora gli accertamenti della Guardia di Finanza, chiamata a verificare anche le circostanze relative alla presenza del padre della giovane socia nei pressi dello studio durante la costituzione.
Tra i soci fondatori della Srl figuravano, oltre a Miriam Caroccia – che all’epoca aveva appena diciotto anni – alcuni esponenti politici piemontesi di Fratelli d’Italia: il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (che ha poi rassegnato le dimissioni dall’incarico governativo), la vicepresidente della Regione Elena Chiorino (che ha lasciato il suo ruolo definendolo “irrevocabile”), il consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà e l’assessore Cristiano Franceschini. Tutti loro, secondo le ricostruzioni, hanno ceduto le proprie quote in tempi ravvicinati rispetto alla condanna definitiva che ha colpito il padre della giovane socia.
Il meccanismo dell’intestazione fittizia al centro dei due fascicoli
L’ipotesi di reato che fa da collante tra i due procedimenti, sebbene declinata in modo diverso, è quella dell’intestazione fittizia di beni. A Roma, l’accusa è che Mauro e Miriam Caroccia si siano “attribuiti fittiziamente” la titolarità della società per consentire al clan di reinvestire capitali illeciti. A Torino, invece, il fascicolo aperto per lo stesso reato – con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa – punta a chiarire le dinamiche di quella costituzione notarile avvenuta in Piemonte, a settecento chilometri di distanza dal luogo dove il ristorante avrebbe poi operato.
Quello che appare evidente, al di là delle singole competenze territoriali, è la struttura di un’operazione che ha visto affiancarsi figure istituzionali e una famiglia – quella dei Caroccia – legata a doppio filo al clan dei Senese. Mauro Caroccia, condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione per il reato di intestazione fittizia, sconta attualmente la pena. La sua presenza nel ristorante, emersa anche da un video promozionale in cui appariva nelle vesti di chef, ha ulteriormente alimentato i dubbi investigativi sulla reale gestione della società.
Le verifiche in corso e la posizione dei soci politici
I riflessi giudiziari della vicenda si intrecciano inevitabilmente con le conseguenze politiche, ma al momento l’attenzione resta focalizzata sugli accertamenti delle due procure. A Torino, la Guardia di Finanza potrebbe acquisire nei prossimi giorni documentazione anche presso la Regione Piemonte, per approfondire un aspetto particolare: alcune partecipazioni societarie, secondo quanto emerso, non sarebbero state dichiarate nelle sedi istituzionali competenti. Un elemento che si aggiunge al quadro già complesso delineato dagli inquirenti.
La difesa dei Caroccia, dal canto suo, ha fatto sapere di voler mettere a disposizione dei magistrati atti e documenti utili a dimostrare l’estraneità della società da flussi di denaro provenienti dalla criminalità organizzata. Una strategia che cerca di separare la vicenda imprenditoriale dalle pesanti ipotesi accusatorie formulate dalla Dda di Roma. Intanto, nelle prossime ore sono attesi i primi interrogatori di padre e figlia davanti ai pm capitolini.




