Il rebus dei 40mila euro e il silenzio della scorta: dentro l’inchiesta sulla bisteccheria di Delmastro
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Si aprono oggi, negli uffici della Procura di Roma, gli interrogatori che potrebbero gettare luce sui flussi finanziari alla base della “Bisteccheria d’Italia”, il locale di via Tuscolana finito al centro di un vortice giudiziario che coinvolge l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro. A essere ascoltati dai pm della Dda sono Mauro Caroccia e la figlia Miriam, quest’ultima formalmente amministratrice unica della società “Le ̈5 Forchette”, la Srl che gestiva il ristorante. Al centro del fascicolo, che ipotizza i reati di riciclaggio e intestazione fittizia di beni aggravati dal fine di agevolare il clan camorristico dei Senese, c’è una domanda precisa: chi ha messo i soldi per avviare l’attività?
La difesa dei due indagati, affidata all’avvocato Fabrizio Gallo, si prepara a sostenere una tesi netta, ovvero che l’intera operazione – dalla costituzione della società all’allestimento del locale – sia avvenuta senza il ricorso a capitali di provenienza illecita. Secondo quanto anticipato dal legale, verranno prodotti documenti atti a dimostrare l’estraneità dei suoi assistiti rispetto alle accuse di aver “trasferito e reinvestito” proventi del clan nella Srl, come contestato dagli inquirenti. Tuttavia, è un’altra la linea difensiva che in queste ore fa rumore, e che ribalta il focus dell’indagine: a fornire il denaro sarebbero stati proprio Andrea Delmastro e i suoi soci biellesi.
La versione Donzelli e l’enigma delle spese di allestimento
A riferire questa versione è Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia e storico alleato di Delmastro, il quale ha dichiarato che sarebbero stati il parlamentare e i suoi soci piemontesi a mettere sul piatto circa 40 mila euro per avviare la “Bisteccheria d’Italia” nel 2025. Nella ricostruzione che emerge dai dialoghi politici, dunque, i Caroccia non avrebbero investito nulla di proprio. Una dichiarazione che, se confermata, solleverebbe interrogativi di segno opposto: se il denaro proveniva dai soci leciti, perché la procura antimafia sta scandagliando i conti di Mauro Caroccia, già condannato in via definitiva a febbraio di quest’anno proprio per intestazione fittizia di beni aggravata dal favoreggiamento del clan Senese?.
I numeri su cui si concentrano le indagini sono precisi. Dopo la costituzione della Srl nel dicembre del 2024 – con un capitale versato di 10 mila euro – furono sostenute spese per l’allestimento del ristorante che ammontano a circa 40 mila euro, cifra finita sotto la lente della Guardia di Finanza assieme alle fatture per arredi e attrezzature, in parte acquistate da una cittadina cinese. A queste si aggiunge il canone di locazione, pari a circa duemila euro al mese. L’interrogativo investigativo, reso esplicito dagli atti, è come una ragazza diciottenne, Miriam Caroccia, all’epoca incensurata ma figlia di un uomo ritenuto lo storico prestanome del clan, potesse disporre di tali somme.
Le frequentazioni sotto scorta e il peso politico delle immagini
A complicare ulteriormente il quadro, alimentando un dibattito che ha già portato alle dimissioni di Delmastro dal governo (avvenute all’indomani del referendum sulla giustizia), c’è la questione della sicurezza. L’ex sottosegretario, nel periodo in cui frequentava assiduamente il locale – tanto da risultare presente in almeno tre occasioni documentate tra il 2023 e gennaio 2026 – era sotto scorta per via di minacce mafiose. Una circostanza, questa, che ha spinto l’ex procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho a definire “devastante” l’impatto di quelle frequentazioni sulla credibilità dell’impegno istituzionale contro la criminalità organizzata.
Le foto pubblicate da alcuni quotidiani, che ritraggono Delmastro all’interno della “Bisteccheria d’Italia” anche dopo la condanna definitiva di Mauro Caroccia avvenuta a febbraio, hanno trasformato il caso da vicenda giudiziaria a caso politico di prima grandezza. Sebbene l’ex sottosegretario abbia ceduto le sue quote (pari al 25 per cento della società) tra febbraio e marzo, dopo la sentenza della Cassazione, le immagini testimoniano una continuità di rapporti che la magistratura sta cercando di inquadrare giuridicamente, nell’ambito di un’inchiesta che per ora vede indagati solo padre e figlia Caroccia.
Il nodo del denaro e l’interrogatorio in Procura
Proprio il flusso di denaro per l’acquisto delle quote rappresenta un altro snodo cruciale. Secondo quanto ricostruito, Delmastro versò 2.500 euro per entrare nella società, una cifra che si inserisce nel più ampio contesto degli investimenti biellesi. La difesa dei Caroccia, nell’interrogatorio odierno, cercherà di dimostrare che tutta la documentazione relativa ai pagamenti è regolare e che nessuna somma proveniente dalla camorra è mai confluita nella Srl. Tuttavia, per i pm di piazzale Clodio, resta il sospetto che l’operazione commerciale fosse funzionale a un disegno più ampio: permettere al clan Senese di “accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche”.
L’esito degli interrogatori di oggi potrebbe fornire agli inquirenti elementi decisivi per capire se, dietro l’apertura del ristorante, si celasse un semplice investimento andato male o, come ipotizza l’accusa, il tentativo di reinvestire capitali illeciti accumulati negli anni. La difesa, dal canto suo, punta a dimostrare la totale liceità dei fondi, gettando invece l’ombra del sospetto sui soci leciti. In un clima politico già incandescente, con la Commissione parlamentare Antimafia che ha avviato approfondimenti e con le opposizioni che chiedono un’audizione urgente, la parola passa ora ai magistrati e alle carte che i Caroccia hanno deciso di mettere a disposizione.




