La difesa dei Caroccia in procura: “Soldi di Delmastro, nessun legame con il clan Senese”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Si è tenuto oggi a Roma, tra le mura del palazzo di giustizia di Piazzale Clodio, l’interrogatorio di Mauro e Miriam Caroccia, padre e figlia finiti al centro di un’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia che ruota attorno alla gestione del ristorante “Bisteccheria d’Italia” e alla costituzione della società “Le 5 Forchette”. I due, assistiti dall’avvocato Fabrizio Gallo, sono formalmente indagati per i reati di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, un’accusa che, stando agli atti degli inquirenti, sarebbe aggravata dalla finalità di agevolare l’associazione di stampo mafioso facente capo al clan dei Senese. La loro posizione si inserisce in un intricato mosaico giudiziario che ha visto coinvolto, seppur come testimone e mai come indagato, anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, il quale aveva detenuto una quota della società prima di cederla in prossimità della sentenza di condanna definitiva nei confronti di Mauro Caroccia.
La strategia della difesa e la ricostruzione dei fatti
Prima di varcare la soglia della Procura, l’avvocato Gallo ha delineato con precisione la linea difensiva che intendeva esporre ai magistrati, respingendo con decisione l’ipotesi di una qualsiasi infiltrazione criminale nella compagine sociale. Secondo il legale, l’interrogatorio di oggi è stato l’occasione per fornire agli inquirenti tutta la documentazione necessaria a dimostrare la tracciabilità dei fondi, la cui provenienza, ha ribadito Gallo, sarebbe esclusivamente riconducibile all’operato di Delmastro. “Diremo ai magistrati che non c’è un centesimo della criminalità organizzata ne ‘Le 5 Forchette’, non c’entra nulla la famiglia Caroccia, non c’entra nulla la famiglia Senese. I soldi sono stati messi da Delmastro: questo lo chiariremo perché è tutto tracciato”, ha dichiarato il penalista ai cronisti presenti all’ingresso dell’aula bunker.
Un passaggio centrale della ricostruzione offerta dalla difesa riguarda le motivazioni personali che avrebbero spinto Mauro Caroccia, figura già segnata da una condanna definitiva per reati di stampo mafioso e, secondo la difesa, storicamente vessata dalla criminalità organizzata, a coinvolgere la figlia diciottenne nell’operazione imprenditoriale. Gallo ha descritto il suo assistito come un imprenditore “vittima della criminalità”, la cui attività precedente era stata più volte presa di mira con incendi e aggressioni. In questo contesto, l’apertura della nuova attività con Miriam e la presenza costante di Delmastro – protetto da scorta – nel locale sarebbero state percepite come una sorta di scudo, un elemento di disturbo capace di allontanare le pressioni malavitose. “Una parte della criminalità che lo vessava si è allontanata perché vedeva Delmastro frequentare il locale con la scorta, auto dello Stato. Pensava di cambiare vita”, ha spiegato l’avvocato.
L’entità delle quote e il ruolo dell’ex sottosegretario
A ridimensionare ulteriormente la portata dell’accusa, la difesa ha puntato i riflettori sull’esiguità delle cifre contestate, un elemento che, nelle intenzioni dei legali, dovrebbe contribuire a scardinare la tesi del riciclaggio. Il capitale sociale della Srl “Le 5 Forchette” ammonta a soli diecimila euro, di cui la quota nominale intestata a Miriam Caroccia – che, come ricordato dal difensore, si è presentata davanti al notaio di Biella in piena consapevolezza del proprio ruolo di amministratore unico – è pari a 1.250 euro. “Se noi muoviamo tutta la criminalità di Roma per questa cifra siamo messi male”, ha ironizzato Gallo, sottolineando la sproporzione tra l’impianto accusatorio e il valore effettivo della posta in gioco. Parallelamente, la difesa ha ribadito l’estraneità ai fatti contestati di Delmastro, definito dall’avvocato come l’unico soggetto ad aver “teso una mano” a Caroccia in un momento di difficoltà, e sulla cui condotta non grava alcun avviso di garanzia.
Le verifiche della procura e il contesto dell’inchiesta
L’attenzione degli inquirenti, sotto la supervisione della Dda, resta focalizzata sui flussi finanziari che hanno alimentato l’avvio del ristorante sulla via Tuscolana. Le indagini della Guardia di Finanza hanno messo sotto la lente voci di spesa come il canone di locazione di circa duemila euro mensili e un investimento complessivo di circa quarantamila euro destinato all’allestimento del locale, con particolare attenzione all’acquisto di arredi e attrezzature effettuato tramite una cittadina di nazionalità cinese. È proprio su queste movimentazioni che la procura ha fondato l’ipotesi secondo cui Mauro e Miriam Caroccia avrebbero agito con l’obiettivo di “permettere al clan di accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche”, un meccanismo di reinvestimento dei proventi illeciti già collaudato in passato secondo la ricostruzione degli inquirenti.
Mauro Caroccia, che attualmente sta scontando una pena definitiva di quattro anni di reclusione per il ruolo di prestanome già accertato in precedenti procedimenti, si trova dunque nuovamente al centro di un procedimento giudiziario che mira a sciogliere il nodo delle relazioni pericolose tra economia e criminalità. La strategia del suo legale, mirata a isolare la figura dell’ex sottosegretario dalle accuse di infiltrazione mafiosa e a rivendicare la liceità dei capitali investiti, rappresenta il primo passo formale in un confronto che si preannuncia complesso con la magistratura romana.




