“Delmastro ci ha fatto beneficenza, ci siamo conosciuti tra il 2022 e il 2023”: le dichiarazioni di Mauro Caroccia ai pm

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È una storia di amicizia, ristoranti e mancette, quella che si sta dipanando nelle aule bunker di piazzale Clodio, dove la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma sta cercando di districare il groviglio di rapporti tra l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e la famiglia Caroccia. Al centro dell’ennesimo atto istruttorio, durato oltre tre ore e mezza, ci sono Mauro Caroccia e la figlia Miriam, entrambi indagati per riciclaggio e intestazione fittizia di beni legati alla gestione della “Bisteccheria d’Italia”, il locale di via Tuscolana che sarebbe stato, secondo l’accusa, una sorta di grimaldello economico per il clan dei Senese. A parlare, uscendo dalla cittadella giudiziaria, è stato l’avvocato Fabrizio Gallo, che ha riassunto la versione del suo assistito: una versione che scolora il denaro proveniente dalle casse del partito di maggioranza in un atto di pura, quasi ingenua, beneficenza.

Il racconto dei Caroccia: quando la scorta diventò un parafulmine

Secondo quanto riferito dal legale, Mauro Caroccia – che sta attualmente scontando una pena definitiva di quattro anni per reati di stampo mafioso – avrebbe ricostruito ai magistrati l’origine del sodalizio con l’esponente di Fratelli d’Italia. L’incontro sarebbe avvenuto tra il 2022 e il 2023, quando Delmastro, “semplice cliente” del ristorante allora gestito da Caroccia, venne inizialmente cacciato dal locale perché pretendeva di mangiare alla carta in una serata a menù fisso. Un incidente che non compromise i rapporti, anzi: dopo essersi ripresentato, l’ex sottosegretario avrebbe stretto un legame con la famiglia, decidendo di mettere mano al portafoglio quando Mauro si trovava in una situazione di oggettiva difficoltà economica, aggravata da un incendio che nel 2019 aveva distrutto la sua precedente attività.

“Delmastro ci ha fatto beneficenza”, ha ripetuto l’avvocato Gallo riportando le parole dell’indagato. Un aiuto concreto, materializzato in un contribuito di circa 45 mila euro per la “strigliatura” del locale e per l’acquisto delle attrezzature, necessario per rimettere in piedi l’impresa. Per la difesa, il denaro versato da Delmastro – che risulta socio della società “5 Forchette Srl” – è assolutamente tracciabile e, soprattutto, non ha alcuna attinenza con la criminalità organizzata. Anzi, la presenza fisica dell’allora sottosegretario, solitamente accompagnato dagli uomini della scorta, avrebbe avuto un effetto deterrente nei confronti delle cosche che, secondo quanto sostenuto da Gallo, vessavano il ristoratore. “Una parte della criminalità che lo vessava si è allontanata perché vedeva Delmastro frequentare il locale con la scorta, auto dello Stato”, ha spiegato il penalista, tratteggiando la figura del suo assistito come quella di una “vittima” della criminalità, non come un fiancheggiatore.

La tesi della difesa e le cifre del capitale sociale

L’interrogatorio, che ha visto impegnati i pm per diverse ore, si è concentrato non solo sui rapporti personali ma anche sulla sostanza economica della società. I magistrati della Dda stanno cercando di capire se dietro l’operazione commerciale si celasse un meccanismo di riciclaggio finalizzato a ripulire i proventi illeciti del clan camorristico. Una tesi che l’avvocato Fabrizio Gallo ha tentato di smontare con dati alla mano, sottolineando l’esiguità delle cifre in gioco e la presenza fisica di Miriam Caroccia – la figlia diciannovenne – nelle fasi costitutive della società.

“Non c’è un centesimo della criminalità organizzata nell’operazione”, ha tuonato il legale, evidenziando come il capitale sociale complessivo della Srl ammonti a diecimila euro, di cui solo duemilacinquecento versati. E ancora: la quota di Miriam Caroccia, indicata come amministratore unico, è di appena 1.250 euro. “Se noi muoviamo tutta la criminalità di Roma per questa cifra siamo messi male”, ha commentato Gallo, ironizzando sulle accuse. La giovane donna, presente all’atto notarile a Biella, ha dichiarato di aver saputo dalla stampa della successiva cessione delle quote da parte di Delmastro, avvenuta dopo che l’uomo – che in origine era incensurato perché assolto in appello – è stato raggiunto da una condanna definitiva.

Il peso delle dichiarazioni e lo stato delle indagini

Al termine del lungo confronto, mentre il padre è stato ricondotto in carcere a Viterbo, è emersa anche la sofferenza personale di Miriam Caroccia. La diciannovenne, che secondo la difesa lavorava nel locale come cameriera e addetta alle pulizie, ha riferito agli inquirenti di sentirsi distrutta dalle conseguenze mediatiche della vicenda: “Questa storia mi sta rovinando la vita, ricevo minacce sui social, mi danno della mafiosa”, sarebbero state le sue parole ai pm. Un racconto che, se da un lato conferma la centralità del locale nell’inchiesta, dall’altro sposta l’attenzione sulla natura dei rapporti economici intercorsi. Il legale ha annunciato che si recherà a Biella per acquisire la documentazione bancaria relativa al conto corrente su cui confluivano gli utili del ristorante, al fine di dimostrare la totale assenza di infiltrazioni mafiose.

Le indagini, coordinate dai sostituti procuratori della Dda, restano in una fase delicata. Se per la difesa i fatti sono chiari – un imprenditore in difficoltà aiutato da un politico che era anche un cliente affezionato – per l’accusa resta da chiarire la reale titolarità delle risorse e il perché di una struttura societaria che ha visto coinvolti, in tempi diversi, personaggi legati a vicende giudiziarie di spessore. Le dichiarazioni di Mauro Caroccia, secondo cui Delmastro avrebbe agito “per beneficenza” in un momento in cui lui era formalmente incensurato, rappresentano ora un tassello fondamentale per i magistrati, che dovranno valutare la coerenza di questa ricostruzione con gli atti e i flussi finanziari già acquisiti agli atti.

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