Delmastro e la beneficenza all’oste in difficoltà, la Dda di Roma ascolta il detenuto Caroccia
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Redazione Interno
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La curva di un’indagine per riciclaggio e intestazione fittizia di beni, aggravata dalle modalità mafiose, si è improvvisamente innestata su una vicenda dai contorni quasi pietistici, se non fosse per la gravità delle accuse e per i soggetti coinvolti. Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla giustizia e oggi esponente di spicco di Fratelli d’Italia, si sarebbe trovato – secondo quanto emerso nel corso degli interrogatori della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma – a fare “beneficenza” a un ristoratore in difficoltà. A raccontarlo, con parole che ora pesano come macigni nel procedimento giudiziario, è stato Mauro Caroccia, l’uomo che un mese fa ha ricevuto una condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia aggravata con l’aggravante mafiosa.
Caroccia, ascoltato ieri dai pm che lo accusano di aver utilizzato la figlia Miriam come prestanome per la gestione de “La Bisteccheria d’Italia” – il locale di via Tuscolana finito al centro delle attenzioni della procura – ha dipinto Delmastro come un benefattore occasionale. “Ci ha fatto beneficenza”, avrebbe dichiarato il detenuto, sottolineando come l’allora sottosegretario fosse capitato nel suo esercizio commerciale spinto dalla scorta che lo seguiva. Da lì, dopo aver preso a cuore la storia di un oste in ristrettezze economiche, sarebbe maturata la decisione di aiutarlo, aprendo una società con la stessa figlia di Caroccia.
Il racconto dei Caroccia e il ruolo di Delmastro nella società
Miriam Caroccia, vent’anni appena compiuti e già indagata per riciclaggio e intestazione fittizia, si è presentata a piazzale Clodio accompagnata dall’avvocato difensore Fabrizio Gallo. Anche suo padre, Mauro, ha ripetuto ai magistrati un copione già delineato: Delmastro non avrebbe avuto secondi fini occulti, ma si sarebbe mosso spinto da un impulso solidale verso un uomo che, in quel periodo, era incensurato ed era stato appena assolto dalla Corte d’Appello di Roma. “Ero in difficoltà economica, lui mi ha teso una mano”, avrebbe aggiunto Caroccia padre, negando con decisione che ci fossero stati altri investitori – in particolare i Senese, descritti dagli inquirenti come “vecchi clienti” del clan – nel ristorante riconducibile all’ex sottosegretario.
I pm, tuttavia, vedono in questa operazione di presunta beneficenza un possibile meccanismo di riciclaggio e di intestazione fittizia di beni. Il ristorante La Bisteccheria d’Italia, secondo l’accusa, sarebbe stato gestito di fatto come una schermatura per conto del clan senese, e la società “Le 5 Forchette” – di cui Delmastro è stato socio insieme a Miriam Caroccia – rappresenterebbe il veicolo attraverso cui si sarebbero ripulite e nascoste risorse di provenienza illecita. L’ex sottosegretario, dal canto suo, ha già ceduto le quote della società, ma il ritardo nella dichiarazione patrimoniale di quelle stesse partecipazioni gli è costato una sanzione.
La sanzione della Camera e il codice di condotta dei deputati
Proprio su questo fronte, il Comitato consultivo sulla condotta dei deputati si è riunito nelle scorse ore e, stando a quanto riferito da alcuni componenti al termine della seduta, formalizzerà la sanzione prevista dal codice di condotta dei parlamentari nei confronti di Delmastro. L’addebito, in questo caso, non riguarda la natura lecita o illecita dell’investimento nella ristorazione, ma la mancata tempestività nella pubblicazione delle quote sociali – poi cedute – all’interno della dichiarazione patrimoniale. Un’omissione formale, certo, ma che arriva in un momento politicamente delicato per l’esponente di FdI, già finito al centro di altre polemiche giudiziarie.
L’avvocato Gallo, difensore di Miriam Caroccia, ha ribadito una linea difensiva netta: i soldi li avrebbe messi Delmastro, descritto come l’unico a tendere una mano alla famiglia in un momento di difficoltà. Una versione che, se confermata, trasformerebbe l’ex sottosegretario in un generoso filantropo; ma che per la procura potrebbe nascondere ben altro, ovvero il tentativo di legittimare una comproprietà fittizia finalizzata a ripulire capitali di origine mafiosa. Mauro Caroccia sta scontando una pena definitiva a quattro anni proprio per reati di stampo mafioso, un dettaglio che rende la sua testimonianza – per quanto favorevole a Delmastro – inevitabilmente sospetta agli occhi degli investigatori.
Le contraddizioni tra beneficenza e inchiesta per riciclaggio
L’interrogatorio di ieri, insomma, ha messo nero su bianco una narrazione che i Caroccia consegnano ai pm senza tentennamenti: “Delmastro ci ha fatto beneficenza, ci ha aiutato perché in quel momento ero incensurato”. Eppure, a pochi mesi di distanza, ecco che lo stesso Mauro Caroccia si ritrova in carcere con una condanna definitiva alle spalle, e sua figlia Miriam – socio in affari dell’ex sottosegretario – finisce nel registro degli indagati per riciclaggio. La procura di Roma contesta la gestione de La Bisteccheria d’Italia come un sistema di intestazione fittizia di beni riconducibile al clan senese, e il ruolo di Delmastro, a prescindere dalle intenzioni dichiarate, diventa un tassello dell’inchiesta.
Il locale di via Tuscolana, dunque, non è solo il palcoscenico di un gesto di solidarietà raccontato a verbale, ma anche il possibile crocevia di flussi finanziari opachi. I pm dovranno ora verificare se l’aiuto economico offerto da Delmastro fosse genuino o se, invece, rappresentasse la facciata presentabile di una comproprietà simulata. Quel che è certo è che la Camera ha già attivato il suo meccanismo sanzionatorio per la mancata trasparenza patrimoniale, mentre la Dda di Roma prosegue gli ascolti: padre e figlia Caroccia hanno parlato, e le loro parole – per quanto intrise di riconoscenza verso l’ex sottosegretario – saranno vagliate al vaglio delle intercettazioni, dei movimenti bancari e delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. Delmastro, dal canto suo, non ha ancora fornito una versione pubblica dei fatti, limitandosi a subire l’onda lunga di un’inchiesta che mescola politica, beneficenza presunta e diritto penale mafioso.




