Delmastro e la beneficenza all’oste con la condanna definitiva
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Redazione Interno
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Andrea Delmastro, che fino a poco tempo fa ricopriva la carica di sottosegretario alla Giustizia, si sarebbe trasformato in un benefattore occasionale, quasi per caso, quando la scorta lo portò a conoscere un oste in difficoltà economiche. Quell’oste, Mauro Caroccia, ha poi raccontato ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma una versione intrisa di riconoscenza e di un certo qual fatalismo: «Delmastro ha messo i soldi con cui abbiamo comprato gli arredi dai cinesi», ha dichiarato, definendo l’allora esponente del governo – oggi tornato semplice cittadino – un vero e proprio «benefattore». La società per aprire la Bisteccheria d’Italia, nata con la figlia Miriam, sarebbe quindi frutto di un gesto filantropico, di un’amicizia sbocciata tra i tavoli di un ristorante; eppure, sullo sfondo di questa narrazione idilliaca, si staglia una realtà giudiziaria ben più aspra.
Il vaffa e la svolta inaspettata
Secondo quanto emerso dagli interrogatori, i Caroccia – padre e figlia – hanno cercato di dipingere il rapporto con Delmastro come un atto di pura generosità, quasi una seconda occasione offerta a una famiglia «protestata» e già segnata da fallimenti. Mauro Caroccia, che un mese fa ha ricevuto una condanna definitiva a 4 anni per intestazione fittizia aggravata (con l’aggravante mafiosa, si badi bene), ha spiegato ai pubblici ministeri che «l’unico ad aver aiutato la mia famiglia» fu proprio l’ex sottosegretario. «Prima un vaffa, poi la beneficienza», avrebbe sintetizzato qualcuno, quasi a voler sottolineare un ripensamento radicale. Ma c’è un dettaglio che trasforma la parabola: lo stesso Caroccia è indagato per bancarotta fraudolenta (indagini chiuse a novembre) e risulta già coinvolto, come prestanome di un clan, in un sequestro dei suoi precedenti locali.
La versione dei Caroccia e la lente dei magistrati
Nella loro deposizione, Mauro e Miriam hanno insistito sul concetto di «beneficenza»: Delmastro avrebbe preso a cuore la storia di un oste in difficoltà, ignorando – secondo loro – i guai giudiziari e i legami pericolosi con la malavita. Hanno parlato di amicizia, di seconde occasioni, di clienti fedeli come «i Senese» che avrebbero cenato da loro per trent’anni. Peccato che, negli atti dei magistrati romani, la stessa vicenda assuma un sapore diametralmente opposto: si parla di riciclaggio, di intestazioni fittizie e di capitali di dubbia provenienza. La Dda, infatti, ha già trasformato l’accusa di bancarotta in una imminente richiesta di processo, mentre la vicenda legata al presunto riciclaggio per conto del boss Senese – «per 20 anni ha cenato da me», si giustificava Caroccia – è già sfociata in una condanna definitiva a 4 anni. Delmastro, da parte sua, non risulta indagato in questo filone, ma la sua comparsa come socio d’affari (seppur per beneficenza) della figlia di un condannato definitivo per aggravante mafiosa ha inevitabilmente acceso i riflettori.
Un benefattore scomodo tra arredi cinesi e intercettazioni
Caroccia ai pm: «Delmastro è stato il mio benefattore. Eravamo in società insieme». E ha aggiunto che quei soldi servirono per comprare gli arredi «dai cinesi», un dettaglio quasi grottesco che restituisce la concretezza di un’operazione commerciale nata sotto i migliori auspici, almeno stando alla versione dei due indagati. Tuttavia, il contesto giudiziario in cui matura questa «beneficenza» è quanto meno inquietante: un uomo fallito, già arrestato come prestanome di un clan, che trova in un sottosegretario (oggi ex) la leva per rilanciarsi. Miriam Caroccia, ascoltata a sua volta, non ha fatto che ribadire la stessa linea difensiva, descrivendo Delmastro come una sorta di angelo custode capitolino. Ma gli inquirenti, va da sé, guardano ai fatti: una condanna definitiva per reati aggravati dal metodo mafioso, un’inchiesta per bancarotta in chiusura, e un politico di primo piano che sceglie di entrare in società con la figlia dell’imputato. In attesa di sviluppi – che qui non si vogliono anticipare – resta il cortocircuito tra la «beneficenza» raccontata dagli indagati e la severità delle carte giudiziarie.




