Il rebus dei finanziamenti e il messaggio di scuse alla luce delle nuove dichiarazioni della moglie di Caroccia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Nel vortice mediatico e giudiziario che avvolge l’inchiesta sulla “Bisteccheria d’Italia” – il locale romano finito al centro di una bufera per presunti legami con la criminalità organizzata – è arrivata ieri la versione di Barbara Tritoni. La donna, moglie di Mauro Caroccia (il ristoratore già condannato in via definitiva come prestanome del clan Senese), è stata ascoltata per ore dai finanzieri del Nucleo Valutario. La sua posizione, almeno per il momento, è quella di “persona informata sui fatti”, non indagata; un’audizione che arriva a pochi giorni dal sequestro del telefono del marito, attualmente detenuto, e che serve agli inquirenti per ricostruire il puzzle di presunte infiltrazioni mafiose nel tessuto imprenditoriale capitolino.
A dare alla versione della Tritoni è stata una difesa accorata dell’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, che nei mesi scorsi aveva deciso di uscire dalla compagine sociale della “Le 5 Forchette Srl” – la società costituita nel dicembre 2024 in uno studio notarile di Biella – non appena emersa la condanna del suo socio. Secondo quanto riportato dal suo legale, che ha descritto una donna provata e in lacrime, la Tritoni avrebbe definito l’esponente politico “come una manna dal cielo”, sottolineando come il suo intervento abbia rappresentato un salvagente in un periodo di profonda crisi economica per la famiglia. “Nulla a che fare con i Senese”, avrebbe ribadito la donna, cercando di tracciare un solco netto tra la difficile situazione personale dei Caroccia e le trame oscure della camorra romana.
Il messaggio silenzioso e l’allargamento del perimetro investigativo
Un dettaglio, emerso con forza durante l’interrogatorio, riguarda un gesto che sa quasi di atto dovuto per la consorte del ristoratore: l’invio di un messaggio a Delmastro. Nel testo, la Tritoni avrebbe manifestato il proprio dispiacere per il fatto che il nome del politico fosse stato “accostato” – proprio tramite la loro famiglia – al clan dei Senese. Un’amarezza, quella della donna, che però non avrebbe trovato riscontro diretto; stando a quanto riferito, l’ex sottosegretario non avrebbe mai risposto a quel messaggio. Questo silenzio, tuttavia, non ha fermato la macchina della giustizia.
Anzi, è proprio la crescente prossimità tra la figura di Delmastro e il nucleo familiare di Caroccia ad aver acceso i riflettori della Direzione Distrettuale Antimafia. Non si indaga solo sui contatti diretti, ma su una rete di relazioni molto più ampia. Nel decreto di sequestro che ha portato al blocco del telefono di Mauro Caroccia – un dispositivo che la moglie avrebbe continuato a utilizzare anche dopo il suo ingresso in carcere – i magistrati hanno inserito una clausola precisa: esplorare ogni contatto, “anche indirettamente”, intrattenuto con la criminalità organizzata. Questo significa che sotto la lente d’ingrandimento potrebbero finire non solo le amicizie politiche, ma anche i rapporti professionali e familiari più stretti dell’indagato.
La società “Le 5 Forchette” e il rebus delle fonti di finanziamento
Il cuore dell’indagine, come spesso accade in queste dinamiche, batte attorno al denaro. I pm stanno cercando di mettere nero su bianco l’origine dei capitali che hanno permesso di avviare e gestire il ristorante. La costituzione della “Le 5 Forchette Srl” avvenne in un momento specifico, quando Caroccia aveva ancora speranze di vedere ribaltata la sua condanna in Appello, salvo poi finire al tappeto dalla Cassazione. La difesa, rappresentata dall’avvocato Fabrizio Gallo, ha sempre sostenuto la totale estraneità di Delmastro dalle attività illecite contestate ai Caroccia, descrivendolo come un semplice cliente diventato amico, ignaro dei trascorsi giudiziari.
Tuttavia, la procura non si ferma alle dichiarazioni spontanee. L’attenzione è rivolta a capire se il locale potesse rappresentare un nuovo “investimento” per il sodalizio criminale, una bisteccheria in cui far confluire proventi illeciti sotto le mentite spoglie di una gestione legittima. Se da un lato la Tritoni parla di un “aiuto dal cielo” in un momento di baratro economico, dall’altro gli inquirenti vogliono vederci chiaro su quanti soldi siano effettivamente confluiti nella cassa e da dove provenissero realmente. Il fatto che la società fosse stata intestata alla giovane figlia Miriam (oggi maggiorenne) è un altro degli elementi che fanno propendere per l’ipotesi della intestazione fittizia di beni, una delle accuse principali che gravano sul capo della famiglia.
Il faro della Dda si allarga ai rapporti tra fratelli Caroccia
Parallelamente alla posizione della moglie, l’inchiesta sembra allargarsi a macchia d’olio, coinvolgendo ora anche altri componenti del nucleo familiare del ristoratore. Gli investigatori stanno scandagliando con attenzione i rapporti intercorsi negli ultimi anni tra Mauro Caroccia e il resto della sua cerchia parentale. In particolare, si cerca di fare luce sui contatti e sulle eventuali comproprietà di altre attività con suo fratello, figura anch’essa già emersa in precedenti vicende giudiziarie legate al mondo della ristorazione e della gestione patrimoniale.
L’obiettivo della Procura è duplice: da un lato, verificare se le modalità di finanziamento e di gestione della “Bisteccheria d’Italia” rappresentino un modus operandi già collaudato dalla famiglia per mascherare beni confiscabili o riconducibili al clan; dall’altro, accertare l’eventuale esistenza di un sistema di favori o scambi che potrebbe aver agevolato l’infiltrazione mafiosa nel settore. Per questo, gli inquirenti stanno passando al setaccio documenti, visure camerali e flussi di denaro risalenti almeno agli ultimi otto anni, un lasso di tempo sufficiente per tracciare una mappa delle possibili relazioni pericolose e dei tentativi di ripulitura del denaro sporco attraverso attività commerciali apparentemente sane.




