Andrea Delmastro, i 40 mila euro del clan e gli interrogatori in procura: il doppio binario dell’inchiesta sulle “5 Forchette”
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Redazione Interno
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Sono giorni cruciali per l’inchiesta che sta scuotendo gli equilibri politici e giudiziari intorno alla “Bisteccheria d’Italia”, il locale di via Tuscolana a Roma finito al centro di un vortice di sospetti e verifiche. A dare una svolta agli accertamenti saranno oggi gli interrogatori in programma a piazzale Clodio, dove i pm della Direzione distrettuale antimafia capitolina ascolteranno Mauro Caroccia e la figlia Miriam, entrambi finiti nel registro degli indagati con le ipotesi di reato di riciclaggio e intestazione fittizia di beni, aggravate dalla finalità di agevolare l’associazione mafiosa del clan Senese. Al centro del mirino degli inquirenti ci sono quei circa 40 mila euro che, stando alle ricostruzioni investigative, sarebbero stati necessari per l’allestimento e l’avvio dell’attività: una cifra che la difesa dei Caroccia – rappresentata dall’avvocato Fabrizio Gallo – si prepara a smontare pezzo per pezzo, cercando di dimostrare come nessuna di quelle risorse provenisse dalle casse del clan.
La genesi della vicenda affonda le radici nel dicembre del 2024, quando in uno studio notarile di Biella venne costituita la società “Le 5 Forchette” srl, la compagine destinata a gestire il ristorante. Tra i soci, accanto a Miriam Caroccia – appena diciottenne e indicata come amministratrice unica – figuravano nomi di peso del panorama politico piemontese: l’allora sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, l’ex vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino e altri fedelissimi del partito. L’operazione, tuttavia, è finita sotto la lente d’ingrandimento della Dda di Torino, che ha aperto un fascicolo parallelo – al momento senza indagati – incentrato proprio sulle modalità di formazione di quell’atto costitutivo e sul reale ruolo dei soci nella fase embrionale dell’impresa. Un doppio binario investigativo, quindi, che vede la procura piemontese concentrarsi sui dettagli formali e sulle relazioni tra i soci, mentre quella romana scava nei flussi economici sospetti che avrebbero alimentato l’operazione.
L’accusa della Dda: “Denaro reinvestito per rafforzare il clan sul territorio”
Secondo il capo d’imputazione formulato dai magistrati di piazzale Clodio, Mauro e Miriam Caroccia avrebbero operato una vera e propria operazione di riciclaggio, trasferendo nella nuova società proventi illeciti accumulati in precedenza dal clan dei Senese. L’ipotesi sostenuta dalla procura è che l’investimento nella “Bisteccheria d’Italia” non fosse un semplice affare, ma un mezzo per “permettere al clan di accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche”. In quest’ottica, i 40 mila euro versati per l’affitto – circa 2 mila euro al mese – e per l’acquisto di arredi e attrezzature da una cittadina cinese diventano il cuore pulsante dell’accusa, rappresentando secondo gli inquirenti la materiale immissione di capitali sporchi in un circuito commerciale apparentemente legittimo.
La posizione di Andrea Delmastro, che in quella società deteneva una quota del 25 per cento, resta per ora defilata rispetto alle contestazioni penali dirette, ma il suo ruolo è emerso con forza nelle ricostruzioni della difesa e nelle cronache giudiziarie. A gettare ulteriore luce sulla vicenda sono stati i legami personali: Delmastro, che godeva di un servizio di scorta in ragione delle minacce ricevute, è stato più volte fotografato all’interno del locale in compagnia di Mauro Caroccia, un uomo già condannato in via definitiva a quattro anni di reclusione per reati di stampo mafioso legati al clan Senese. Le immagini, pubblicate dalla stampa, mostrano come la frequentazione fosse costante e risalente almeno al 2023, ben prima che la vicenda esplodesse nelle aule parlamentari.
La strategia difensiva e il nodo della tempistica delle cessioni
Di fronte a un quadro accusatorio che punta il dito contro i Caroccia, il legale dei due indagati ha annunciato una linea difensiva articolata, incentrata sulla produzione di documenti e atti capaci di dimostrare la totale liceità dei capitali impiegati. Nell’interrogatorio di oggi, l’avvocato Fabrizio Gallo cercherà di ricostruire l’intera vicenda societaria, con un focus particolare sul ruolo giocato da Delmastro e sulla circostanza che nessuna somma riconducibile alla criminalità organizzata sia mai confluita nelle casse della srl. La sfida per la difesa sarà quella di scardinare la ricostruzione della Dda, secondo cui l’intera operazione sarebbe servita a “reinvestire i capitali illecitamente accumulati nel corso degli anni” dal clan.
Un elemento che continua a far discutere, e che probabilmente sarà oggetto di approfondimento durante gli interrogatori, riguarda la tempistica con cui i politici coinvolti hanno dismesso le loro partecipazioni. Dopo che la Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna per Mauro Caroccia, le quote sono state cedute in rapida successione a partire dal 27 febbraio 2026. Un’uscita di scena che gli interessati hanno definito immediata, motivata da ragioni etiche non appena emersa la reale portata dei precedenti giudiziari della famiglia Caroccia. Tuttavia, proprio questi movimenti sono finiti sotto la lente degli inquirenti torinesi, che stanno verificando la completezza delle dichiarazioni patrimoniali e l’eventuale omissione di informazioni nelle sedi istituzionali competenti.
Il doppio registro: il “faro” di Torino sui professionisti e le verifiche sui contanti
Mentre a Roma si procede con gli interrogatori, a Torino il lavoro investigativo si concentra su un aspetto complementare ma altrettanto rilevante: le modalità di costituzione della società e il ruolo dei professionisti che hanno assistito l’operazione. La Dda piemontese sta passando al setaccio gli atti notarili e i documenti raccolti dalla Guardia di Finanza, con l’obiettivo di capire se ci siano state responsabilità nell’agevolare una intestazione fittizia di beni, aggravata dalla presenza di soggetti vicini al clan Senese. Un tassello investigativo che si intreccia con le verifiche romane, dove particolare attenzione è stata posta sulle modalità di pagamento delle quote sociali, alcune delle quali risultano avvenute in contanti senza una chiara certificazione del passaggio di denaro.
Sullo sfondo rimane la figura di Delmastro, il quale – pur avendo lasciato il governo dopo le pressioni politiche seguite al referendum – resta al centro di un dibattito che trascende il piano strettamente giudiziario per investire quello della tenuta istituzionale. Le dichiarazioni di Federico Cafiero de Raho, ex procuratore nazionale antimafia, hanno sottolineato il “danno enorme” arrecato all’immagine dell’antimafia da vicende come questa, in cui un politico sotto scorta per minacce mafiose si ritrova a frequentare e investire in un locale riconducibile agli stessi ambienti criminali da cui dovrebbe essere protetto. Un paradosso che, al di là delle valutazioni penali, continuerà a far discutere nelle prossime settimane, mentre i pm cercano di fare chiarezza su una vicenda che ha mostrato tutte le crepe di un sistema in cui affari, politica e criminalità rischiano di toccarsi pericolosamente.




