Delmastro, il caso delle quote e il pagamento in contanti che alimenta lo scontro politico
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Redazione Interno
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Le opposizioni tornano a caricare il fronte, e lo fanno puntando il dito contro il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, con una richiesta che ormai si fa sempre più pressante: le dimissioni. A rilanciare l’appello è Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Partito Democratico, la quale – intercettando il clima di crescente tensione politica – ha definito l’esponente di Fratelli d’Italia “ormai indifendibile”, chiedendogli un passo indietro immediato. A scatenare la nuova bufera, destinata a tenere banco nelle prossime settimane, non è solo la vecchia vicenda legata alla rivelazione di segreti d’ufficio nel caso Cospito – per cui Delmastro ha riportato una condanna in primo grado a otto mesi – quanto piuttosto un intricato affare imprenditoriale che intreccia Roma e Biella, e che ora vede la procura della Capitale scandagliare i flussi finanziari di una famiglia legata a doppio filo con ambienti della criminalità organizzata.
Al centro del mirino c’è la società “Le 5 Forchette srl”, legata al ristorante romano “Bisteccheria d’Italia”, un’attività di cui fino a poco tempo fa lo stesso sottosegretario deteneva una quota consistente, accanto a esponenti del partito in Piemonte e a una giovane socia. Si tratta di Miriam Caroccia, all’epoca appena maggiorenne, nominata amministratrice unica della società nonostante la sua giovane età. L’ombra che si allunga sulla vicenda riguarda però il padre della ragazza, Mauro Caroccia: un imprenditore attualmente detenuto, condannato in via definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver favorito il clan Senese, sodalizio criminale attivo da tempo a Roma. La procura, in questo contesto, ha formalizzato un’indagine che vede indagati per riciclaggio e intestazione fittizia proprio Mauro Caroccia e sua figlia, mentre gli inquirenti stanno cercando di ricostruire l’origine dei capitali utilizzati dalla famiglia per investire nella società di cui Delmastro era compartecipe.
Il nodo dei contanti e la difesa del sottosegretario
Gli elementi che alimentano il caso, però, non si fermano ai precedenti penali del socio d’affari. A destare la massima attenzione tra gli investigatori, che da tempo stanno scandagliando i fondi legati all’operazione, è la modalità con cui è stata perfezionata la cessione delle quote societarie. Dalle prime ricostruzioni, emerse dalle carte pubblicate da alcuni organi di stampa, risulterebbe che il passaggio di proprietà delle partecipazioni sia avvenuto attraverso un pagamento in contanti, effettuato senza la presenza di testimoni né una tracciabilità bancaria certa. Un modus operandi, questo, che la magistratura sta vagliando con attenzione nel tentativo di fare chiarezza sulla reale natura degli investimenti che hanno portato alla costituzione della società, in un contesto già segnato da rapporti ambigui con il clan Senese.
Di fronte all’escalation delle rivelazioni, la linea difensiva di Andrea Delmastro si fonda su due pilastri principali. Da un lato, il sottosegretario rivendica con forza la propria “battaglia antimafia”, sottolineando come il livello di scorta di cui dispone sia la prova più evidente della sua distanza da ambienti criminali. Dall’altro, cerca di circoscrivere la propria responsabilità nella vicenda societaria, sostenendo di essersi immediatamente defilato non appena scoperto che la giovane socia – presentata inizialmente come una ragazza “non imputata e non indagata” – fosse in realtà la figlia di un condannato per mafia. Una ricostruzione, quella offerta dal diretto interessato, che tuttavia rischia di essere scalfita da alcuni dettagli emergenti: a gettare benzina sul fuoco ha contribuito una fotografia che ritrae Delmastro insieme a Mauro Caroccia all’interno di un locale, in un’epoca antecedente la costituzione della società e quando l’imprenditore era già noto alle cronache giudiziarie.
La pressione politica e il fronte dell’Antimafia
In questo quadro di crescente fibrillazione, la richiesta di Serracchiani si fa specchio di un’opposizione determinata a non lasciare cadere l’argomento. La responsabile giustizia del Pd ha infatti rinnovato l’appello anche a Chiara Colosimo, presidente della commissione parlamentare Antimafia, sollecitandola a convocare “immediatamente” il sottosegretario per fare luce su quanto accaduto. L’obiettivo dichiarato è quello di vederci chiaro su un intreccio che vede coinvolti esponenti di primo piano di Fratelli d’Italia, in particolare quelli gravitanti nell’area del Piemonte, e una famiglia, quella dei Caroccia, i cui legami con la criminalità organizzata sono stati accertati in via definitiva dalla magistratura.
La vicenda assume contorni politici particolarmente delicati per il governo, a pochi giorni dal voto referendario, e mette in difficoltà la maggioranza. Se da un lato la premier Giorgia Meloni, dopo aver chiesto spiegazioni direttamente a Delmastro, ha per il momento scelto di blindarlo definendo la sua condotta magari poco accorta ma lontana da qualsiasi contiguità mafiosa, dall’altro all’interno dello stesso partito si registrano segnali di imbarazzo. Le cronache riportano voci critiche anche tra gli stessi parlamentari di Fratelli d’Italia, che non nascondono il fastidio per una vicenda che rischia di offrire al centrosinistra un argomento pesante da utilizzare nell’agone politico, complicando ulteriormente il quadro già complesso della campagna referendaria.
I risvolti giudiziari e gli sviluppi dell’inchiesta
Mentre il dibattito politico si infiamma, la procura di Roma prosegue con la propria attività istruttoria, concentrata in particolare sulla ricostruzione dei movimenti finanziari legati alla famiglia Caroccia. L’attenzione degli inquirenti è rivolta a capire se dietro l’investimento nella società “Le 5 Forchette” si celino capitali di provenienza illecita, eventualmente riconducibili al clan Senese, e quale sia stato il ruolo effettivo giocato da Delmastro nell’operazione. Gli inquirenti stanno esaminando con la lente d’ingrandimento i flussi di denaro utilizzati per l’apertura dei ristoranti e le modalità con cui sono state gestite le quote societarie, compreso quel pagamento in contanti che rappresenta uno degli elementi più critici del fascicolo.
Per il momento, il sottosegretario non risulta indagato nel filone principale che riguarda il riciclaggio, ma la sua posizione resta al centro dell’attenzione della magistratura. Il fatto che la società sia stata costituita in un momento particolare della lunga vicenda giudiziaria dei Caroccia – tra un’assoluzione in appello e la successiva condanna definitiva – ha acceso i riflettori sulla tempistica degli accordi e sui passaggi di proprietà. A rendere la situazione più complessa per l’esponente di governo concorre anche il precedente specifico: la condanna in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio, legata alla diffusione di informazioni riservate su un detenuto in regime di 41-bis, rappresenta un precedente giudiziario che l’opposizione utilizza per sostenere la tesi della inadeguatezza a ricoprire un ruolo di vertice nel dicastero di via Arenula.




