Andrea Delmastro, il ristorante in società con la figlia del prestanome della camorra e la difesa del “non sapevo”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La vicenda che coinvolge il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, ha assunto i contorni di un caso politico che il governo, almeno per il momento, tenta di circoscrivere alla sfera dell’imprudenza, laddove le opposizioni intravedono invece un’incompatibilità insanabile tra il ruolo istituzionale ricoperto e la natura dei rapporti personali e commerciali intrattenuti. A fare da sfondo a questa tempesta, che si è abbattuta a pochi giorni dalla tornata referendaria, c’è una società, la “Le 5 Forchette srl”, costituita a Biella il 16 dicembre del 2024, il cui oggetto sociale puntava alla gestione di un ristorante situato in via Tuscolana a Roma, la “Bisteccheria d’Italia”.

Una compagine sociale svelata dalla stampa

A destare l’attenzione degli inquirenti prima, e dei cronisti poi, non è tanto la natura dell’attività commerciale, quanto la composizione del gruppo di soci che si riunì attorno al tavolo del notaio Carlo Scola quel giorno di dicembre. Accanto a Delmastro, che risultava detenere il 25 per cento delle quote, figuravano infatti altri esponenti di primo piano di Fratelli d’Italia provenienti dal territorio biellese: la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Zappalà e il segretario provinciale del partito Cristiano Franceschini, ciascuno con una partecipazione del 5 per cento. Il restante 50 per cento, unitamente al ruolo di amministratore unico, apparteneva però a Miriam Caroccia, una studentessa romana che all’epoca della firma aveva appena compiuto diciotto anni.

La giovane età della socia di maggioranza, unita alla sua residenza nella Capitale – ben lontana dalla sede sociale in Piemonte – avrebbe potuto rappresentare una mera curiosità anagrafica, se non fosse stato per l’identità del padre, Mauro Caroccia. Quest’ultimo, imprenditore della ristorazione romana, era infatti stato al centro, già dal luglio del 2020, dell’operazione “Affari di famiglia”, una complessa inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma che aveva svelato il ruolo egemone del clan camorristico dei Senese nella Capitale, ricostruendo un articolato sistema di intestazioni fittizie e riciclaggio attraverso il quale le rendite del traffico di stupefacenti venivano ripulite proprio grazie a locali e attività commerciali. Mauro Caroccia era stato descritto nelle carte come un prestanome di fiducia della famiglia Senese, un meccanismo finalizzato a schermare la reale titolarità degli investimenti criminali.

La tempistica delle cessioni e la strategia difensiva

La parabola giudiziaria di Caroccia ha vissuto alterne vicende: arrestato nel 2020 e condannato in primo grado nel 2022, aveva ottenuto una momentanea assoluzione in appello con la caduta dell’aggravante mafiosa, ma la Corte di Cassazione aveva successivamente annullato quella decisione, disponendo un nuovo processo. È stato proprio l’esito di questo “appello bis”, che ha ripristinato la condanna per reati con aggravante mafiosa, a segnare un punto di svolta anche per le sorti della compagine societaria. L’11 febbraio 2026 la sentenza è divenuta definitiva, con Mauro Caroccia che si è trovato a scontare una pena di quattro anni di reclusione per intestazione fittizia di beni finalizzata ad agevolare l’associazione camorristica.

Nelle settimane immediatamente successive a questa pronuncia, gli equilibri all’interno della “Le 5 Forchette srl” sono mutati radicalmente. Il 27 febbraio 2026, a soli otto giorni dalla sentenza passata in giudicato, Delmastro ha ceduto la sua quota del 25 per cento – che nel novembre precedente aveva già trasferito a una sua società personale, la G&G Srl – alla socia Donatella Pelle. Pochi giorni più tardi, il 5 marzo, anche gli altri esponenti di Fratelli d’Italia hanno alienato le loro partecipazioni, lasciando di fatto Miriam Caroccia, la figlia del condannato, come unica titolare dell’intera società.

Di fronte all’eco mediatica della vicenda, il sottosegretario alla Giustizia ha articolato una linea difensiva incentrata sulla non conoscenza dei precedenti giudiziari della famiglia della sua socia. “Si tratta di una società con una ragazza non imputata, non indagata, che poi si scopre essere la figlia di…”, ha dichiarato Delmastro a margine di un evento a Napoli, rivendicando il proprio “rigore etico e morale” che lo avrebbe spinto ad abbandonare la società “immediatamente” non appena acquisita la consapevolezza. A sostegno della propria estraneità, ha richiamato la sua storia personale di battaglia contro la mafia, un impegno che, a suo dire, trova riscontro anche nel livello di scorta di cui è destinatario.

I dubbi sulla conoscenza e la reazione politica

Tuttavia, la ricostruzione fornita dalla stampa, e in particolare dal quotidiano che per primo ha svelato l’intreccio, ha sollevato numerosi interrogativi sulla reale tempestività e profondità di questa presunta “scoperta”. A complicare il quadro difensivo è emersa una fotografia che ritrae Delmastro in un locale gestito da Mauro Caroccia, risalente all’ottobre del 2023, nella quale i due appaiono in atteggiamento amichevole. In quella circostanza, stando a quanto ricostruito, lo stesso sottosegretario si sarebbe recato a mangiare nel ristorante di famiglia, e sarebbe stato proprio Mauro Caroccia a presentarlo alla figlia Miriam, che allora non lo aveva riconosciuto.

Il dato temporale, unito alla specificità del ruolo ricoperto da Delmastro – che siede al ministero della Giustizia – ha alimentato le critiche delle opposizioni. I rappresentanti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra hanno chiesto con forza le dimissioni del sottosegretario, parlando di fatti di “gravità inaudita” e annunciando l’intenzione di portare la questione in seno alla Commissione parlamentare Antimafia affinché vengano acquisiti tutti gli atti necessari a fare piena luce sull’accaduto. L’attenzione si è concentrata anche su un ulteriore profilo, quello della mancata dichiarazione della partecipazione societaria negli elenchi patrimoniali che i membri del governo sono tenuti a presentare per legge.

Dal vertice del governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta per difendere il suo sottosegretario, pur non nascondendo un certo margine di valutazione critica. Intervenendo al termine del Consiglio Europeo a Bruxelles, Meloni ha sostenuto che Delmastro “forse avrebbe dovuto essere più accorto”, ma ha respinto con forza l’ipotesi di una contiguità con la criminalità organizzata, ricordando come l’esponente di Fratelli d’Italia sia sottoposto a scorta proprio per l’attività svolta contro le mafie. La premier ha inoltre stigmatizzato le reazioni dell’opposizione, in particolare della segretaria del Pd Elly Schlein, accusata di aver basato le proprie accuse su articoli di stampa.

I riflessi sul fronte patrimoniale e i silenzi del partito

All’interno dello stesso Fratelli d’Italia, la vicenda ha generato un clima di imbarazzo e riserbo, con pochi dirigenti disposti a commentare pubblicamente se non per ribadire che, allo stato, il sottosegretario non risulta indagato. Tuttavia, la questione delle dichiarazioni patrimoniali incompiute aggiunge un ulteriore tassello di complessità. La società “Le 5 Forchette srl” era stata costituita a dicembre 2024, e né Delmastro né i suoi soci piemontesi ne avevano dato conto nelle certificazioni patrimoniali depositate agli uffici di Camera e Regione, un’omissione che per alcuni esponenti dell’opposizione configura una possibile violazione delle norme sul conflitto di interessi e sugli obblighi di trasparenza. Il quadro che ne emerge è quello di un’operazione commerciale, nata sotto l’egida di un comune tifo calcistico per la S.S. Lazio secondo alcune indiscrezioni, che si è trasformata in un groviglio politico-giudiziario difficilmente districabile per l’esecutivo.

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