Meloni e il caso Delmastro: “Leggero”, ma sulla “manina” decide il voto. E spunta la società fantasma
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Redazione Interno
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La presidente del Consiglio, interpellata nel corso della trasmissione “Sì o no” in onda su La7, ha scelto una linea che, pur non arretrando di un millimetro sulla tenuta dell’esecutivo, introduce un elemento di valutazione che affida direttamente al elettorale il giudizio sulla tempistica dello scandalo che avvolge il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove. L’ammissione di una certa “leggerezza” da parte del fedelissimo di Fratelli d’Italia – quella che la premier ha descritto come una condotta poco accorta, sebbene lontana anni luce da qualsiasi ipotesi di connivenza con la criminalità organizzata – si accompagna a un’insinuazione precisa riguardo alle dinamiche politiche che hanno portato alla ribalta le frequentazioni e gli affari del diretto interessato. Se ci sia stata, nelle more della campagna referendaria, “una manina” decisa a consegnare all’opinione pubblica la “cosa peggiore” a disposizione contro l’attuale governo, saranno gli italiani, ha sostenuto Meloni, a stabilirlo.
Il cuore della vicenda, però, smette di essere una mera questione di opportunità personale per assumere i contorni di un vero e proprio caso politico-giudiziario quando si analizzano le maglie della società “Le 5 Forchette srl”, un’entità nata a Biella ma con un’unità distaccata in via Tuscolana a Roma, lo stesso indirizzo dell’ultima attività ristorativa riconducibile a Mauro Caroccia. Nella compagine, oltre al sottosegretario (che deteneva il 25 per cento), figuravano altri esponenti del partito: la vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, il consigliere regionale Davide Zappalà e l’assessore biellese Cristiano Franceschini. A fare da collante, con il 50 per cento delle quote e la carica di amministratore unico, c’era Miriam Caroccia, all’epoca appena diciottenne: una ragazza che, nelle intenzioni della procura, rappresentava la longa manus del padre, Mauro, definito dagli inquirenti il prestanome storico del boss Michele Senese, esponente di spicco della camorra capitolina.
La catena di cessioni e le immagini nei locali
Non è solo la composizione societaria a costituire l’oggetto dell’attenzione, quanto piuttosto la sequenza temporale delle operazioni e, soprattutto, la loro coincidenza con il definirsi dei passaggi giudiziari che hanno portato Caroccia padre alla condanna definitiva. La società fu costituita nel dicembre 2024, in una fase processuale interlocutoria per i Caroccia; ma è dopo il verdetto della Cassazione del 19 febbraio scorso – che ha reso irrevocabile la condanna a quattro anni per intestazione fittizia aggravata dal metodo mafioso – che si assiste a una girandola di cessioni delle quote. Delmastro prima trasferisce la sua partecipazione a una società a lui riconducibile, la G&G srl, per poi liberarsene definitivamente cedendola ad altri soggetti nei giorni immediatamente successivi al passaggio in giudicato della sentenza. A scardinare ulteriormente la narrazione difensiva – secondo cui l’allontanamento sarebbe avvenuto non appena scoperta l’identità della socia – sono intervenute le immagini pubblicate dalla stampa: una foto del 2023 ritrae Delmastro insieme a Mauro Caroccia in uno dei suoi ristoranti; un altro scatto, risalente al giugno 2025 (quindi dopo la condanna in appello bis), lo mostra ancora all’interno della “Bisteccheria d’Italia” insieme alla sua capo di gabinetto, e un ulteriore scatto di gennaio 2026 lo immortala nel locale con un sindacalista della polizia penitenziaria. La presenza fisica nel luogo di affari, ben oltre la data della costituzione della società, alimenta il sospetto che i rapporti con l’ambiente dei Caroccia non fossero affatto casuali o ignoti.
Lo strano caso delle dichiarazioni patrimoniali
Se le dinamiche societarie e le frequentazioni rappresentano la superficie dello scandalo, è il piano della trasparenza amministrativa a rivelare una crepa strutturale che travalica la singola figura del sottosegretario. L’inchiesta, infatti, ha messo in luce come “Le 5 Forchette srl” – pur esistendo, operando e modificando i propri assetti – sia inspiegabilmente sparita dalle dichiarazioni patrimoniali degli esponenti di Fratelli d’Italia coinvolti. Delmastro l’ha dimenticata, così come l’hanno omessa gli altri tre esponenti del partito: un’oblio collettivo che, per il momento, trasforma un caso individuale in un fenomeno politico più ampio, sollevando interrogativi sulla diligenza con cui vengono assolti gli obblighi di trasparenza da parte di chi ricopre alte cariche istituzionali.
L’ombra del clan Senese e gli sviluppi giudiziari
Dietro la compagine societaria, infatti, si staglia la lunga ombra del clan Senese, un’organizzazione camorristica radicata nella capitale da anni al centro di inchieste della Direzione Distrettuale Antimafia. Mauro Caroccia non era un semplice imprenditore finito in difficoltà: le indagini lo avevano già descritto come colui che, attraverso i suoi ristoranti, ripuliva i proventi illeciti della famiglia capeggiata da Michele Senese, garantendo intestazioni fittizie per schermare il reale controllo criminale sugli esercizi commerciali. La sua condanna definitiva, arrivata proprio mentre i soci politici uscivano dalla società, rappresenta il punto di arrivo di un percorso giudiziario iniziato anni prima con l’operazione “Affari di famiglia”. A complicare ulteriormente il quadro, le rivelazioni secondo cui sia Mauro Caroccia che la figlia Miriam sarebbero attualmente indagati dalla procura di Roma, rispettivamente per intestazione fittizia e riciclaggio, nell’ambito di accertamenti che mirano a fare piena luce su un sistema di società riconducibili alla famiglia. La posizione del sottosegretario, al momento, non è oggetto di indagine penale, ma il materiale raccolto è già destinato a finire sul tavolo della Commissione parlamentare Antimafia, dove le opposizioni hanno già chiesto l’acquisizione degli atti.




