Delmastro e il clan, le foto al ristorante si moltiplicano e la "manina" di Meloni non basta a fermare l’inchiesta politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non era soltanto quella fotografia, la prima a rompere l’apparente quiete attorno al sottosegretario alla Giustizia, scattata nell’ottobre del 2023 mentre abbracciava Mauro Caroccia in uno dei suoi locali con il pollice alzato, quasi a suggellare un’intesa che la cronaca giudiziaria avrebbe presto reso problematica. A distanza di mesi, emergono una dopo l’altra altre due immagini – una risalente al giugno del 2025, l’altra addirittura al gennaio del 2026 – che riportano Andrea Delmastro tra i tavoli della Bisteccheria d’Italia, in via Tuscolana, quello stesso ristorante il cui controllo faceva capo alla srl “Le 5 Forchette” di cui lui stesso, insieme ad altri esponenti piemontesi di Fratelli d’Italia, era socio. E se nella prima di queste nuove istantanee compare, a cena con il sottosegretario, anche Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della Giustizia, la seconda restituisce l’immagine di una frequentazione ben più recente, che stride con la versione difensiva di chi ha sempre sostenuto di essersi allontanato non appena scoperta l’identità della compagine sociale.

Le quote, i contanti e il giallo della compagine societaria

È proprio attorno alla “Le 5 Forchette” che si addensano le zone d’ombra più intricate. La società, nata alla fine del 2024 con sede a Biella, vedeva al suo interno una ripartizione singolare: il 25 per cento a Delmastro, il 5 per cento alla vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino, percentuali minime ad altri amministratori locali del partito, ma il 50 per cento – e la carica di amministratore unico – a Miriam Caroccia, che all’epoca aveva appena diciotto anni ed è la figlia di quell’imprenditore romano Mauro Caroccia, oggi in cella dopo la condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia aggravata dall’agevolazione del clan Senese. Le carte notarili non raccontano soltanto di un’alleanza commerciale tra un esponente del governo e una giovane donna legata a doppio filo a un ambiente criminale, ma anche di movimenti finanziari rimasti opachi: il giallo dei contanti utilizzati per rilevare le quote, con un passaggio di 5 mila euro cash, aggiunge un ulteriore elemento di complessità a una struttura societaria che, secondo quanto emerso, sarebbe rimasta inspiegabilmente assente dalle dichiarazioni patrimoniali depositate dagli stessi politici coinvolti.

La Cassazione, le cessioni e le scadenze che diventano indizi

La tempistica con cui Delmastro e gli altri soci hanno deciso di uscire dall’affare, del resto, offre più di uno spunto all’inchiesta giornalistica che ormai si intreccia con i primi movimenti dell’Antimafia. Nel novembre del 2025 il sottosegretario cede il suo 25 per cento a una sua stessa società, la G&G srl, per poi trasferirlo, nel febbraio scorso, a Donatella Pelle, una delle socie rimaste; pochi giorni dopo, la Cassazione rende definitiva la condanna per Mauro Caroccia, chiudendo un percorso giudiziario che ne aveva già delineato il ruolo di prestanome del boss Michele Senese, detto ‘o Pazz. Una sequenza di cessioni e passaggi di proprietà che, agli occhi degli inquirenti e della stessa Commissione parlamentare Antimafia – dove gli atti sono già approdati –, appare quanto meno sospetta per la sua coincidenza con le tappe più critiche della vicenda giudiziaria del padre della giovane socia.

Il silenzio di partito e la “manina” evocata dalla premier

Mentre le immagini e i documenti si accumulano, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è intervenuta per blindare il suo fedelissimo, pur riconoscendogli una certa dose di imprudenza: «Forse avrebbe dovuto essere più accorto», ha detto, parlando però di una “manina” che cercherebbe di strumentalizzare la vicenda e sottolineando che il sottosegretario vive sotto scorta per le sue battaglie contro la criminalità organizzata. Una linea di difesa che, all’interno dello stesso partito, non convince del tutto: tra i dirigenti di Fratelli d’Italia, a microfoni spenti, c’è chi non nasconde l’imbarazzo e chi, come il deputato Massimo Milani, si lascia scappare un commento sulle singolari scelte imprenditoriali del collega. In Piemonte, intanto, le opposizioni chiedono che il presidente della Regione Alberto Cirio riferisca in aula, mentre il caso, ormai, non è più soltanto una vicenda individuale: la società “fantasma” che spariva dalle dichiarazioni dei redditi dei politici coinvolti ha trasformato la questione in un caso politico che coinvolge l’intero gruppo dirigente di un partito, in attesa che i nodi legati alla trasparenza patrimoniale e alle frequentazioni vengano sciolti definitivamente.

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