Alzheimer, la ricerca avanza: dalla diagnosi precoce alla possibilità di invertire la malattia
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Redazione Salute
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Le comuni risonanze magnetiche, un esame di routine in molti ospedali, potrebbero rivelarsi uno strumento insospettabile per scovare il rischio di Alzheimer molto prima che i sintomi si manifestino. È questa la conclusione di un lavoro di ricerca proveniente dalla Nanyang Technological University di Singapore, che ha individuato, in alcune persone, precoci alterazioni del sistema di drenaggio cerebrale, il cosiddetto “sistema glinfatico”, responsabile di ripulire il cervello dalle scorie tossiche. L’inefficienza di questo meccanismo, secondo gli studiosi, rappresenta un importante fattore predittivo per lo sviluppo futuro della malattia o di altri tipi di perdita cognitiva. Lo studio, significativamente, ha visto come primo autore uno studente di quinto anno, un dettaglio che sottolinea come la frontiera della ricerca neuroscientifica si nutra anche di nuovi sguardi e fresche energie.
Il cambio di paradigma: non solo rallentare, ma forse guarire
Il panorama, però, non si limita alla sola diagnosi anticipata. Quello che fino a ieri era considerato un destino ineluttabile, cioè la progressione irreversibile della patologia, oggi viene messo in discussione da evidenze scientifiche sempre più solide. Uno studio condotto dai ricercatori dello University Hospitals Cleveland Medical Center ha dimostrato, su modelli animali, che l’Alzheimer potrebbe essere addirittura invertito. Gli scienziati americani hanno focalizzato la loro attenzione sull’equilibrio energetico delle cellule cerebrali, scoprendo che la riduzione dei livelli di NAD+, una molecola fondamentale per la produzione di energia, gioca un ruolo chiave nell’innescare la degenerazione. Ripristinando questo equilibrio, nei topi è stato possibile osservare un recupero delle funzioni mnestiche, aprendo uno scenario terapeutico del tutto inedito.
La svolta farmacologica e la caccia al bersaglio giusto
Parallelamente, la battaglia si sposta sul campo dei trattamenti farmacologici, dove si registra un cambio di passo concreto. “Donanemab segna un cambiamento nella gestione della malattia, perché rallenta la progressione del declino cognitivo e funzionale”, ha dichiarato Alessandro Padovani, direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Brescia e presidente della Società Italiana di Neurologia. Questo farmaco, come altri della stessa categoria, si inserisce in una nuova strategia che punta a frenare attivamente l’avanzata della patologia, offrendo una speranza concreta ai circa seicentomila italiani che ne sono attualmente colpiti, un numero destinato a crescere a causa dell’invecchiamento demografico.
Prevenire colpendo le radici invisibili della malattia
La direzione più promettente, tuttavia, sembra essere quella della prevenzione vera e propria, che mira a neutralizzare la malattia quando il cervello è ancora clinicamente sano. In quest’ottica si muove la ricerca di un team della Northwestern University, il quale ha individuato una sottospecie finora sconosciuta di oligomeri beta-amiloidi, particolarmente tossici e coinvolti nei primissimi, subdoli cambiamenti cerebrali. Identificare questo bersaglio specifico, pubblicato su Alzheimer’s and Dementia, è fondamentale: permette di concepire farmaci “scudo” in grado di legarsi a queste forme tossiche prima che arrechino danni estesi, puntando a una prevenzione farmacologica della forma di demenza più diffusa al mondo.




