Warhorse, il nuovo anello: lo studio di Kingdom Come alla corte di Tolkien

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Che ci fosse un nuovo, ambizioso tentativo di rilanciare Il Signore degli Anelli nel mondo dei videogiochi, lo si era capito già nell’autunno del 2025, quando erano emerse le prime indiscrezioni relative a un progetto finanziato con una cifra ragguardevole, qualcosa come cento milioni di dollari. A mettere sul piatto quella somma – stando alle ricostruzioni di allora – sarebbe stato in parte l’Abu Dhabi Investment Office (ADIO), con l’obiettivo dichiarato, per quanto non ufficialmente confermato, di costruire un’esperienza in grado di competere con il colosso Hogwarts Legacy. Quella che allora era solo una voce, seppure insistente, riguardava un gioco in terza persona, un action-RPG di larga scala destinato a raccogliere l’eredità di una proprietà intellettuale che, negli ultimi anni, aveva vissuto più ombre che luci. A distanza di qualche mese, il quadro si è fatto più nitido, e il cerchio sembra essersi ristretto attorno a un nome che, per gli appassionati di giochi di ruolo, suona come una garanzia: Warhorse Studios.

L’artefice del realismo boemo pronto a tuffarsi nella Terra di Mezzo

A far scattare l’allarme, o per meglio dire la speranza, è stata una fonte per certi versi inaspettata: Ryszard Chojnowski, un veterano polacco del settore con un passato da traduttore e localizzatore per realtà del calibro di CD Projekt Red, che avrebbe rivelato nel corso di un podcast dedicato a Tolkien di aver raccolto, da più parti e da contatti ritenuti affidabili, la conferma che il team di *Kingdom Come: Deliverance* sia al lavoro proprio su questo Titolo. L’indiscrezione, che inizialmente lo stesso Chojnowski avrebbe accolto con scetticismo, avrebbe trovato nuovo fondamento grazie a ulteriori segnalazioni emerse nei mesi successivi, delineando uno scenario che, sebbene privo di una comunicazione ufficiale da parte di Embracer Group o degli stessi Warhorse, inizia ad assumere i contorni di una realtà concreta. Del resto, la coincidenza tra questa voce e la precedente inchiesta di Insider Gaming appare quanto meno suggestiva: se è vero che il progetto beneficia di un budget milionario e coinvolge Embracer – che detiene i diritti sui videogiochi legati all’opera di Tolkien dal lontano 2022 – e altre realtà come Revenge, è altrettanto vero che Warhorse, da quando ha concluso la pubblicazione dei contenuti aggiuntivi per *Kingdom Come: Deliverance 2*, ha ufficialmente dichiarato di essersi messa alla ricerca di una nuova sfida, abbandonando l’idea di un terzo capitolo per dedicarsi a un’IP di terze parti. E se c’è un’IP capace di attrarre l’attenzione di un team con la loro esperienza, è difficile trovarne una più imponente di questa.

Un matrimonio di ferro tra realismo storico e alta fantasia

L’idea di affidare la Terra di Mezzo a Warhorse non è soltanto frutto di un azzardo giornalistico, ma risponde a una logica di compatibilità artistica e produttiva che, sulla carta, appare quasi perfetta. Lo studio ceco, infatti, ha costruito la propria reputazione su un’attenzione maniacale per l’accuratezza storica, la fisicità del combattimento e la credibilità degli ecosistemi aperti, elementi che hanno reso *Kingdom Come: Deliverance* un caso unico nel panorama dei giochi di ruolo occidentali. Trasporre quella stessa sensibilità in un contesto fantastico, dove il rigore storico lascia il posto alla coerenza interna della mitologia tolkieniana, potrebbe rappresentare il banco di prova ideale per il team. A confermare l’ipotesi che qualcosa si stia muovendo in quella direzione, ci sarebbero anche alcuni segnali tecnici: le offerte di lavoro pubblicate dallo studio nei mesi scorsi cercavano profili con esperienza su Unreal Engine 5, un cambio di rotta significativo rispetto al CryEngine utilizzato per la serie di Henry di Skalitz. Un passaggio che lascia intendere la volontà di costruire un nuovo mondo, con strumenti adatti a sostenere la scala epica che un titolo del genere richiederebbe.

Il peso di un’eredità ingombrante e l’ombra dei flop recenti

Che ci fosse un bisogno pressante di un ritorno al successo per le ambientazioni tolkeniane, del resto, lo dimostra la cronaca recente di un settore che non sembra aver saputo valorizzare appieno il patrimonio ricevuto. L’esempio più clamoroso resta *Il Signore degli Anelli: Gollum*, un progetto che nel 2023 si è trasformato in un autentico disastro tecnico e concettuale, tanto da spingere lo stesso studio di sviluppo a chiudere i battenti dopo averne subito le conseguenze. A seguire, *Tales of the Shire* – pur muovendosi su coordinate diametralmente opposte, quelle del cozy gaming – non è riuscito a evitare una accoglienza tiepida, rivelando una superficialità di meccaniche che ne ha limitato l’impatto. In mezzo, progetti come quello affidato agli ex autori di *Tomb Raider* sono stati cancellati ancora prima di vedere la luce, lasciando un vuoto che l’industria non è riuscita a colmare. È in questo contesto di attesa e diffidenza che si inserisce la scommessa di Warhorse, chiamata a riscattare una proprietà intellettuale che, nonostante il suo peso specifico, non ha ancora un vero e proprio “gioco di riferimento” per l’era delle console moderne, al di là dei celebri titoli della fine degli anni Duemila.

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