Il conto della guerra: dieci giorni di conflitto in Iran costano all’Europa 3 miliardi di euro in più per l’energia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’escalation militare in Medio Oriente, innescata dall’intervento di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, sta producendo effetti immediati e tangibili sulle economie del Vecchio continente, con un’impennata dei costi energetici che grava già sulle spalle dei contribuenti europei. A lanciare l’allarme, nel corso della sua ultima comunicazione al Parlamento europeo riunito a Strasburgo, è stata la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, la quale ha quantificato con precisione il primo, pesante scotto pagato dall’Unione: dall’inizio delle ostilità, un lasso di tempo circoscritto a soli dieci giorni, i prezzi del gas sono lievitati del 50% e quelli del petrolio del 27%, un balzo che, tradotto in cifre assolute, significa che per le importazioni di combustibili fossili sono già stati spesi 3 miliardi di euro in più rispetto alle previsioni precedenti la crisi. Questo, ha sottolineato la stessa von der Leyen dinanzi all’assemblea, rappresenta «il prezzo della nostra dipendenza».

Il nodo della vulnerabilità europea, che si credeva di aver in parte sciolto diversificando le fonti di approvvigionamento dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, si ripropone oggi con forza in una veste nuova ma ugualmente insidiosa. Se da un lato, infatti, l’Unione ha ridotto drasticamente la propria dipendenza dal gas russo, dall’altro si è esposta in maniera quasi totale alle fluttuazioni dei mercati globali e ai rischi geopolitici che insistono sulle rotte marittime strategiche, a partire dal corridoio dello Stretto di Hormuz. Da questo passaggio obbligato, che l’Iran minaccia di chiudere fin dal 1979 senza mai esservi riuscito concretamente, transita circa un quinto del greggio e un quinto del gas naturale liquefatto mondiale, con il Qatar che rappresenta uno dei fornitori chiave per l’Europa, specialmente per paesi come l’Italia. La tensione militare nell’area ha di fatto paralizzato il traffico, con decine di navi cisterna ferme in rada o costrette a deviare le rotte, e l’effetto immediato è stato un’esplosione dei prezzi delle materie prime energetiche, una dinamica che, come spiegano gli analisti, rischia di essere particolarmente severa per il gas, il cui mercato opera ormai in condizioni di saturazione.

Il meccanismo dello shock e le sue ripercussioni sui bilanci europei

Il rialzo dei prezzi delle commodity non è che il primo anello di una catena destinata a ripercuotersi con forza sull’economia reale e sulle bollette di famiglie e imprese. L’aumento del costo del greggio e del metano, infatti, non si limita a rendere più onerosa la generazione elettrica o il riscaldamento domestico, ma si propaga lungo l’intera filiera produttiva, dai trasporti all’agricoltura, dall’industria chimica a quella manifatturiera. La presidente von der Leyen ha illustrato ai deputati le opzioni al vaglio dell’esecutivo comunitario per tentare di arginare l’impatto, menzionando la possibilità di un uso più esteso dei contratti per differenza e dei Power Purchase Agreements, nonché l’esplorazione di un tetto al prezzo del gas o di nuovi sussidi statali, misure che però, per loro stessa natura, intervengono sugli effetti e non sulle cause profonde del problema. Parallelamente, sul fronte dell’offerta, l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha proposto il rilascio straordinario di riserve petrolifere, nella misura più consistente mai tentata, per cercare di raffreddare la corsa del greggio, un’opzione accolta con favore dai ministri dell’Energia del G7, riunitasi d’urgenza per coordinare una risposta comune.

Il nodo della dipendenza e la risposta strategica di Bruxelles

Di fronte a questa ennesima crisi, che evidenzia la fragilità strutturale di un sistema energetico ancora fortemente ancorato ai combustibili fossili, a Bruxelles si moltiplicano le voci critiche, e non sono state risparmiate alla stessa von der Leyen pesanti osservazioni per la gestione dei rapporti con la nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump e per la narrativa adottata nel descrivere il conflitto. Tuttavia, al di là delle polemiche politiche, la presidente della Commissione ha ribadito con forza la necessità di non deviare dalla rotta tracciata a lungo termine, respingendo al contempo le sirene di chi, in Italia come in altri paesi membri, invoca un ritorno all’acquisto di combustibili fossili dalla Russia, un’opzione definita «un errore strategico» che non farebbe che accrescere la dipendenza e la debolezza del continente.

L’impatto concreto sull’economia italiana tra inflazione e nuove fragilità

Per l’Italia, la situazione appare particolarmente delicata. Se da un lato gli approvvigionamenti diretti di gas e petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz rappresentano una quota minoritaria del nostro fabbisogno totale — si stima attorno al 10% per il metano e a una percentuale ancora inferiore per il greggio — il problema principale risiede nella natura globalizzata del mercato energetico. Un’impennata dei prezzi determinata dal blocco di una rotta strategica, anche se coinvolge solo in parte le nostre forniture fisiche, si traduce invariabilmente in un aumento generalizzato dei costi all’importazione per l’intero continente, facendo schizzare verso l’alto le quotazioni del gas al mercato di Amsterdam e del petrolio sui mercati internazionali, con conseguenze inevitabili sulle bollette di famiglie e imprese italiane. Già nei primi giorni di conflitto, l’indice azionario di Piazza Affari ha registrato flessioni significative, rispecchiando il nervosismo degli investitori, e lo spread tra Btp e Bund ha mostrato un iniziale, seppur contenuto, allargamento, segnale di una accresciuta percezione del rischio paese in un contesto di incertezza globale.

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