L’attentato a Trump e la foto allo specchio: Cole Allen armato prima del blitz alla cena dei corrispondenti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le indagini sul tentato omicidio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avvenuto lo scorso 24 aprile durante la tradizionale cena dei corrispondenti della Casa Bianca, si arricchiscono di un nuovo, inquietante dettaglio che getta luce sullo stato d’animo e la determinazione dell’aggressore. I pubblici ministeri americani hanno infatti diffuso nelle scorse ore alcune immagini, tratte dal materiale probatorio sequestrato, nelle quali il sospettato, Cole Allen, si sarebbe immortalato in un selfie scattato allo specchio della sua camera d’albergo. In quello scatto, realizzato pochi istanti prima che si dirigesse verso il ballroom dell’hotel Hilton di Washington, il trentunenne appare vestito con abiti eleganti – completa di camicia scura e cravatta – ma l’eleganza del look, volutamente ricercata per mimetizzarsi tra gli ospiti, stride violentemente con l’arsenale che ostenta: un fucile a canna liscia, una pistola semiautomatica e diversi coltelli, tutti ben in vista mentre si osserva allo specchio.

La procura di Washington esclude il fuoco amico, ma emergono dubbi sulla dinamica

A sostegno dell’accusa, che ha formalizzato capi d’imputazione che vanno dal tentato assassinio del presidente al trasporto di armi attraverso i confini statali, la procuratrice generale di Washington, Jeanine Pirro, ha reso pubblico un filmato ad alta definizione. Le riprese, provenienti dai circuiti di videosorveglianza dell’hotel, mostrerebbero Allen mentre carica il punto di controllo dei Servizi Segreti, superando a tutta velocità il metal detector con il fucile spianato. Secondo quanto dichiarato dalla stessa Pirro, in quelle immagini si vedrebbe chiaramente l’aggressore aprire il fuoco a distanza ravvicinata contro un agente del Secret Service, un gesto che gli investigatori descrivono come un tentativo calcolato di raggiungere il presidente, il quale si trovava al piano di sotto.

La procuratrice ha inoltre sottolineato un punto cruciale per la ricostruzione giudiziaria, ovvero l’assenza – allo stato attuale delle analisi – di prove che possano avvalorare l’ipotesi del cosiddetto “fuoco amico”. Una teoria, quest’ultima, che aveva iniziato a circolare nei giorni successivi all’attentato, alimentata dalla confusione iniziale degli spari incrociati tra l’assalitore e le forze dell’ordine. Nonostante la netta presa di posizione di Pirro, che parla senza mezzi termini di “proiettile esploso dall’arma di Allen”, alcune carte depositate dalla difesa e i primi rilievi balistici lasciano ancora spazio a persistenti zone d’ombra.

La difesa contesta le prove e chiede chiarimenti sulla traiettoria

Se l’accusa dipinge la figura di un uomo determinato a compiere una strage, i legali del trentunenne originario della California hanno provato a scalfire la narrativa governativa, puntando il dito proprio sulle incongruenze della scena del crimine. In una memoria depositata in tribunale, gli avvocati hanno infatti sostenuto che la documentazione video fornita non mostrerebbe in modo inequivocabile il bagliore dello sparo proveniente dal fucile di Allen, sollevando il dubbio che l’agente federale possa invece essere stato raggiunto dai proiettili esplosi dagli stessi colleppi sopraggiunti in suo soccorso. La difesa ha inoltre definito “deboli” le prove relative al presunto intento di assassinare il presidente, evidenziando come la lettera lasciata dal giovane alla famiglia, pur menzionando l’intenzione di colpire membri dell’amministrazione, non facesse mai esplicitamente il nome di Trump, concentrandosi invece su una generica volontà di attaccare “funzionari dal più alto al più basso rango”.

L’attentato, le immagini del blitz e la controffensiva dell’agente

Le sequenze diffuse coprono un arco temporale che parte dalla sera del 24 aprile, quando Allen viene ripreso dalle telecamere mentre esplora i corridoi dell’Hilton – un’azione che gli inquirenti definiscono di “casing” (sopralluogo) – fino al momento clou del fallito agguato. Nel frangente dell’attacco, avvenuto intorno alle 20:36 locali, si vede il sospettato scattare fuori da una porta laterale, aggirando le postazioni di controllo. L’agente di sicurezza, colto di sorpresa ma reagendo con prontezza, riesce a estrarre l’arma e a far fuoco per ben cinque volte contro l’assalitore; un gesto, quest’ultimo, che potrebbe aver deviato l’esito dell’agguato, rendendo vano l’assalto prima che Allen potesse raggiungere la scalinata che conduceva al piano dove si trovava il presidente. Nessuno degli spari esplosi dalla polizia ha però raggiunto il sospettato, il quale, disarmato e immobilizzato, è stato dichiarato in stato di fermo.

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