Benigni, la risorsa più funzionale della crisi europea

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Che l’umorismo più elevato abbia una dimensione etica è un principio che pochi oserebbero contestare. Roberto Benigni, in passato, ha incarnato questa forma di comicità, fondendo genio spontaneo e profondità intellettuale in un mix raro, quasi irripetibile. La sua arte, radicata in un’innata capacità di cogliere e restituire la bellezza, lo ha reso un interprete unico del nostro tempo.

Lunedì sera, però, il Benigni che ha affollato gli schermi di Rai 1 nello studio di Bruno Vespa ha vestito panni diversi: quelli del predicatore laico, araldo di un’Unione Europea idealizzata e presentata come unica salvezza. A Cinque Minuti, il regista toscano ha trasformato il suo monologo in un inno acritico al progetto europeo, citando con enfasi il Manifesto di Ventotene, elevato a testo sacro di un’Europa unita.

«Sono un europeista estremista», ha dichiarato, definendo l’integrazione continentale come l’unica utopia politica «ragionevole» dopo i fallimenti del fascismo, del nazismo e del comunismo. Parole che riecheggiano quelle dello scrittore Javier Cercas, da lui stesso citato, e che suonano come una professione di fede in un’Europa ancora da compiersi.

Nel libro Il sogno. L’Europa s’è desta!, di prossima uscita per Einaudi e scritto con Michele Ballerin e Stefano Andreoli, Benigni ribadisce il concetto: l’Europa, oggi più che mai, è sulla bocca di tutti. Bandiere, dibattiti, simboli. Un risveglio che lui celebra come un trionfo della cultura e dell’orgoglio comune. Ma dietro questa retorica, che ignora contraddizioni e tensioni, si nasconde un’adesione quasi fideistica a un’istituzione sempre più discussa.

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