Benigni a "Che tempo che fa": la guerra è una volgarità, il mondo deve ripudiarla per sempre

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   “La guerra non va umanizzata ma abolita. Il mondo deve ripudiare la guerra per sempre”. Con queste parole, pronunciate nel corso della trasmissione "Che tempo che fa" condotta da Fabio Fazio sul Nove, Roberto Benigni ha offerto una riflessione profonda e personale sul conflitto, attingendo alla sua biografia e richiamandosi ai princìpi cardine della nostra Carta costituzionale. L'attore, infatti, ha indicato nell'articolo 11, il quale sancisce il ripudio della guerra come strumento di offesa, un modello universale che dovrebbe essere adottato da tutte le nazioni, dalla Russia agli Stati Uniti, guidati nuovamente da Donald Trump alla presidenza. “Le armi dovrebbero essere messe in un museo”, ha affermato Benigni, che ha definito la guerra “una volgarità immensa” e ha tacciato di volgarità coloro i quali la fanno, senza concedere spazio a retoriche giustificazioniste.

Le radici di un sentimento

Quello che è emerso durante i quarantacinque minuti di intervista è stato un Benigni inedito, lontano dalle invettive blasfeme dei primi anni e più vicino a una spiritualità intimamente legata alle sue origini familiari. Nato a Castiglion Fiorentino, nella frazione di Manciano-Misericordia in Valdichiana, l'artista ha ripercorso con commozione la vita dei genitori, Isolina e Pietro, descrivendo una devozione popolare e concreta, fatta di gesti quotidiani di speranza. Ha ricordato, con parole cariche di emozione, come sua madre, di fronte alla disperazione, portò tre anatroccoli in offerta alla Madonna, in un atto di fede semplice e potente. Una fede che, come ha poi sottolineato parlando del dipinto “La Madonna del Parto” di Piero della Francesca, apparso alle sue spalle durante la trasmissione, può essere “talmente umana da sembrare quasi atea”.

Il peso della storia personale

Il rifiuto totale della guerra, per Benigni, non è una mera posizione ideologica ma affonda le radici in un trauma familiare diretto e lacerante. L'attore ha rievocato il ritorno del padre dal lager, un evento che segnò indelebilmente la sua infanzia. “Quando mio padre tornò dalla guerra pesava 40 kg”, ha raccontato, descrivendo l'uomo che, varcata la soglia di casa, cadde in un coma profondo. Quel ricordo, intriso di sofferenza e di un'immensa pietà filiale, rappresenta il sostrato umano da cui scaturisce la sua ferma condanna di ogni conflitto, vista non solo nella sua dimensione di male ma, appunto, di “volgarità”, di qualcosa di profondamente indecente e offensivo per la dignità umana.

Dalla Costituzione al monito universale

Il discorso di Benigni, quindi, si è elevato dalla sfera personale a quella universale, facendo dell'incipit dell'articolo 11 il perno di un appello alla ragione globale. Il ripudio, termine giuridico e morale insieme, viene proposto come un dovere civile per tutti i popoli, un comandamento laico da incidere nelle fondamenta di ogni società organizzata. Il suo monito, che evita deliberatamente qualsiasi forma di banalizzazione del tema, si concentra sull'assolutezza del principio: la guerra non è un male necessario da regolamentare o “umanizzare”, bensì una pratica barbarica da estirpare dalla storia. Un messaggio che, partendo dalla devozione di una madre e dal sfinito di un padre reduce, arriva a abbracciare la responsabilità collettiva dell'intero pianeta.

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